Cocaina basata, mephedrone, crystal e GHB sono solo alcuni dei protagonisti di festini, che sempre più spesso vengono organizzati per sballarsi e fare sesso a lungo e senza limitazioni. È il fenomeno del chemsex, nato e sviluppatosi soprattutto a Londra, ma che sta prendendo sempre più piede anche in Italia. Neologismo coniato da David Stuart, il chemsex connota non solamente l’uso e abuso di sostanze psicoattive al fine di migliorare, prolungare e stimolare l’attività sessuale, ma identifica propriamente l’uso che se ne fa nelle comunità gay omosessuali.
Negli ultimi anni, soprattutto in Europa ma con casi anche negli Stati Uniti, il chemsex ha preso sempre più piede delineando un preciso rituale: App come Grindr o incontri casuali con chi già è addentro a queste situazioni facilitano l’individuo alla partecipazione a festini, i chill, il cui ingresso è rigorosamente sottoposto al pagamento di un feed per l’acquisto delle sostanze stupefacenti utili all’evento. Una volta pagato il proprio contributo, si può accedere a questi chill con un numero variabile di partecipanti (dalle 3 alle 20 persone), durante i quali la musica di sottofondo e i video porno passati in loop fanno da cornice a incontri omosessuali la cui durata può protrarsi anche per più giorni, a seconda della disponibilità delle sostanze stupefacenti precedentemente acquistate con le quote a disposizione. Direttamente derivanti da questa pratica, sono altre, anch’esse insidiose, situazioni: dallo sviluppo di una forte dipendenza da sostanze tossiche a quello di IST – Infezioni Sessualmente Trasmissibili.
A caratterizzare il chemsex, infatti, è l’uso di sostanze insidiose come il GHB, meglio nota come “la droga dello stupro” (quindi sedativa ma che al contempo aumenta la sensibilità tattile), unitamente ai cristalli di metanfetamina (dall’intenso effetto stimolante) o al mefedrone (anch’esso stimolante ed eccitante), che portano spesso al cosiddetto “craving”, ossia al desiderio e necessità di un consumo sempre maggiore di sostanze stupefacenti. Per quanto riguarda invece le infezioni sessualmente trasmissibili, questi incontri, senza freni inibitori, portano spesso al non uso di preservativi, con conseguente loro maggiore diffusione.
Un mondo sconosciuto ai più, che ci viene raccontato, forse per la prima volta nella narrativa di “intrattenimento”, da Andrea Mauri e Angela Infante, attraverso 10 racconti brevi, nati da testimonianze vere, raccolte tramite interviste a ragazzi che lo praticano.
“Ragazzi chimici – connessioni di chemsex”, pubblicato da Ensemble edizioni, con la postfazione a opera del sessuologo e docente universitario Filippo Maria Nimbi, risulta essere, pertanto, un documento importante sia per conoscere l’argomento sia per fermarlo e limitarne i danni.
D. "Ragazzi chimici" è un’antologia basata sul chemsex,
che si ispira a storie vere, che avete ascoltato e raccolto attraverso delle
interviste. Prima di entrare all’interno del loro contenuto,voglio chiedervi
qual è stata la molla che vi ha fatto interessare all’argomento.
MAURI: L’idea
è stata di Angela. Mi ha proposto di scrivere questo libro e ho subito
accettato. È stata l’occasione per approfondire le dinamiche di un fenomeno di
cui avevo sentito parlare e che mi incuriosiva.
INFANTE: Lavoro da più di 10 anni in un
reparto di Malattie Infettive con persone sieropositive e ascolto le loro
storie. Un paio di anni fa, alcuni di
loro hanno manifestato l’interesse a parlarmi e confrontarsi su questo fenomeno,
qualcuno perché ne aveva sentito parlare, qualcuno perché aveva partecipato ad
alcune sessioni.
Durante il primo lockdown, complice la chiusura forzata, ho iniziato a domandare di poter fare delle “chiacchierate” sull’argomento; è stato tutto molto fluido, senza riserve e con onestà, con interesse e senza giudizio, nasce così l’idea.
D. Dicevamo che i racconti contenuti all’interno
del libro sono ispirati alle testimoniane raccolte attraverso delle interviste.
Come siete arrivati a questi testimoni?
MAURI: Su
questo ti risponde Angela, perché è lei che ha realizzato le interviste. Io ho
ricevuto il materiale, che ho sbobinato appuntandomi gli aspetti più forti, in
un certo senso quelli più narrativi, per trasformarli in storie. Il mio lavoro
è stato quello di rispettare l’anonimato che gli intervistati ci hanno chiesto,
renderli irriconoscibili nei racconti senza tradirne però le emozioni e i
sentimenti, cioè la psicologia dei protagonisti, introducendo dei necessari
elementi narrativi.
INFANTE: Ho chiesto ad un amico grafico di preparami una
locandina, dove lasciando il mio indirizzo mail, chiedevo di essere contatta, da
persone che erano coinvolte a vario titolo nel fenomeno del chemsex;
anche con una mail fittizia, una chiacchierata per conoscerci. Quindi, ho
postato la locandina sui miei profili social; ha incuriosito molti uomini e poi
è stato semplice. Ho anche molti amici gay all’interno della mia comunità e il “passaparola
gay”, (mi ricorda il film di Ryan Murphy The normal heart), ha fatto il resto.
Sicuramente mi ha aiutato il fatto che io lavori in campo HIV.
D. Cosa vi ha colpito maggiormente dei loro
racconti?
MAURI: Mi
sono trovato davanti a uno scenario che non immaginavo. Le motivazioni dei
ragazzi chimici sono molteplici. A riprova del fatto che nella vita nulla è
solo bianco, nulla è solo nero e che il chemsex è un fenomeno
trasversale. Nei racconti ho sentito tanta solitudine e pure un’ansia da
prestazione. Tra le righe emerge uno sminuimento del corpo e una difficoltà a
percepirsi in armonia con il mondo, sia sul piano fisico che su quello
psicologico. Ma c’è anche chi fa chemsex per puro svago, per migliorare la prestazione sessuale. Questi sono
gli aspetti di un fenomeno che tutti dovrebbero conoscere per smontare qualsiasi
sorta di pregiudizio in merito.
INFANTE: Quello che mi colpisce in ogni storia che ascolto
con genuino interesse. Mi ha colpito la fiducia nel narrarsi, la consapevolezza
di quello che stavano facendo nelle mille tonalità di grigio in cui tutti viviamo,
la capacità di analizzarsi nei comportamenti: riconoscere la dipendenza o solo lavoglia
di divertirsi e il tentativo, a volte ironico, a volte lancinante di non
prendersi, sempre, troppo sul serio. Tutti consapevoli nel riconoscere che
sarebbe arrivato “un loro tempo” per smettere.
D. E quale è stata, invece, la storia che più vi
ha scosso e perché?
MAURI: Per
me è stata quella del racconto intitolato “Orgasmo livido”. In questa storia il
chemsex parte all’interno di una coppia con delle modalità
forti: innanzitutto una grande differenza d’età tra i due protagonisti e poi
con atti consensuali che si avvicinano a una certa violenza, ma sempre nel
reciproco rispetto e accordo. In un secondo momento l’esperienza si allarga ad
altre persone con esiti disastrosi.
INFANTE: Non credo ce ne sia una particolare, quando si ascolta
senza giudizio, le parole scorrono con un loro senso, e fanno meno male. Quella
in cui ho dovuto più contrastare la sensazione frustrante di totale impotenza,
è stata “Anonimo Veneziano”; a questa storia, dallo svolgimento singolare,
perché fatta di persona, non ero pronta. Nella lettura se ne può intravedere
“trasparente” il perché.
D. Perché il chemsex sta prendendo sempre più
piede nella società e perché fra le persone, giovani e meno giovani, si sta
affermando l’idea che per un amplesso ci sia il bisogno di assumere sostanze
stupefacenti?
MAURI: Da
un lato mi sembra di percepire una certa curiosità nell’esplorazione del sesso
attraverso nuove modalità. Dall’altro gioca un ruolo fondamentale la percezione
che si ha del proprio corpo. Come dicevo prima, si sta diffondendo un’ansia di
prestazione, un’inadeguatezza di fronte a modelli di corpi perfetti e di atti
sessuali vigorosi, al limite del bestiale in qualche caso, veicolati dai video
porno. Assistiamo a un bombardamento sostanzioso di questi messaggi, che possono
generare l’ansia di inseguire qualcosa di irraggiungibile perché non ci
appartiene.
INFANTE: Possiamo analizzare e indagare tutti i comportamenti
legati a pratiche più o meno trasgressive, lecite, opportune e con gli
aggettivi potrei andare avanti per lunghe righe ma penso che la risposta
“giusta”, ammessa che ce ne sia una, è da “ricercare” nella richiesta, non
giudicante, alle persone interessate. Io faccio in questo modo.
D. Chi fa sesso sotto effetto di metamfetamine è
consapevole delle conseguenze che potrebbero generarsi?
MAURI: I
ragazzi chimici raccontano in che modo hanno affrontato il cosiddetto down da
assunzione di droghe, cioè il momento in cui le sostanze cessano il loro
effetto e li sprofondano in una grande incertezza. Sono consapevoli del rischio
di isolarsi per giorni interi, di vivere in una dimensione parallela, di
rinunciare alle relazioni interpersonali, di sviluppare problemi di
concentrazione sul lavoro e nel peggiore dei casi di arrivare persino a
perderlo. E affrontano tale consapevolezza in modo differente. Per esempio,
alcuni sviluppano una mania di tenere tutto sotto controllo per scandire con
regolarità la partecipazione ai chill; altri faticano a imporsi
il controllo sul desiderio e la necessità di un consumo sempre maggiore di
sostanze stupefacenti; altri ancora si preoccupano meno del futuro. Comunque
sia, per me è fondamentale che si lavori sulla riduzione del danno per avere le
risposte giuste a chi chiede aiuto.
INFANTE: La consapevolezza non è ospite benvenuto in queste
sessioni; dalle esperienze raccontate e vissute in momenti come questi, lunghi
momenti che diventano giorni, la mente è affollata da pensieri e da fantasie
che abitano gli stati di incoscienza. La consapevolezza abita la vita di ognuno
di noi, prima o dopo la sessione di chemsex, in quell’attimo, credo,
non vale il “cogito ergo sum”.
D. Nel libro si fondono le vostre competenze,
Angela sei una counselor e una educatrice mentre, lo sappiamo benissimo, Andrea
sei uno scrittore di talento. Come nasce la vostra collaborazione?
MAURI: Frequentavo
le associazioni glbtqi+ e gli eventi che organizzavano. Mi piacevano molto
quelli ideati da Angela. Gli ultimi suoi cui ho partecipato sono stati una
serata di teatro counseling e una sfilata di moda in occasione della giornata
mondiale della lotta contro l’Aids. Non ricordo però qual è stata la prima
occasione, quella in cui ci siamo conosciuti.
INFANTE: Conosco bene il mio lavoro: ascolto storie, raccolgo storie e, a volte, mi diletto a scriverle. La nostra collaborazione nasce dalla voglia di fare “qualcosa” insieme per la nostra comunità, con onestà, non raccontando solo “i colori che colorano” il nostro orgoglio, ma anche quelli “acidi” che lo rappresentano. Quello con Andrea è stato un incontro magico, ma è stato un bellissimo incontro anche quello con l’editore che ha creduto in noi,Matteo Chiavarone di Ensemble, e quello di tutte le persone che “girano” intorno a questo progetto; progetto che poteva anche risultare “scomodo”.
D. Su quale aspetto vi siete confrontati
maggiormente e cosa avete imparato l’uno dall’altro durante la lavorazione?
MAURI: L’aspetto
fondamentale è stato quello di rispettare le storie che questi ragazzi hanno
deciso di regalarci. Non era scontato che aderissero all’appello di uscire allo
scoperto e raccontare aspetti profondi, intimi e delicati della loro vita. Il
rispetto che doveva passare necessariamente, come ho detto prima, attraverso
l’attenzione con la quale costruire i racconti che fanno parte del libro. Che
cosa ho imparato da Angela? La schiettezza di porsi al prossimo, la risolutezza
con la quale porta a termine gli obiettivi e la semplicità con la quale
gestisce la sua energia inesauribile che tutto e tutti travolge.
INFANTE: Il confronto è il sale della vita, e io
notoriamente mangio con l’aggiunta di molto sale. Non potevo perdere
l’occasione ghiotta di lavorare con Andrea. Amo il suo stile di scrittura
asciutto e onesto, la gentilezza e l’eleganza con cui entra nelle vite degli
altri e un genuino interesse per i fatti della vita.
Cosa ho imparato? Ad avere una sorta di pazienza,
dote che non mi caratterizza!
D. Per concludere, Ragazzi chimici quale elemento di riflessioni speriate lasci nel lettore?
MAURI: Mi
piacerebbe che il lettore venisse toccato da queste storie fino a sentirle
proprie, magari arrivando persino a immedesimarvisi. Secondo me, tutte le
esperienze, anche le più estreme, raccontano qualcosa di noi. Inconsapevolmente
fanno emergere i nostri lati oscuri, quelli che preferiamo non vedere. Ebbene,
se questo libro ci autorizzasse a scavare nel nostro io più buio fino a destabilizzarci,
allora sarebbe un ottimo risultato. Del chemsex se ne deve parlare.
Credo che in futuro arriveranno nuovi studi scientifici sul fenomeno, che si
cercherà di misurarne la portata e che, come succede già in altri Paesi, si
appronteranno dei servizi adeguati alla prevenzione e alla riduzione del danno.
Nel frattempo però è bene parlarne in ogni luogo.
INFANTE: Sarò lapidaria, ognuno confezionerà le sue; io voglio solo che se ne parli!
“Memorie di un Brontosauro. Racconti,
amori e imprese di un restauratore di pianoforti in un secolo di storia d’Italia”
è il nuovo libro di Maurizio Semplice,
pubblicato da Fefè editore.
Attraverso uno stile leggero, con un pizzico di ironia, l’autore ricostruisce la storia di Sauro, il Brontosauro appunto. Ovviamente il termine non allude alla sua fisicità, quanto alla sua entità di personaggio storico: di uomo, di italiano-tipo, che ha attraversato settant’anni di ’900 e vent’anni di 2000. Quell'italiano-tipo che non c'è più, ma che sopravvive nella memoria di chi lo è stato e può ancora raccontarlo. Quell’italiano-tipo che è archeologia sociale e antropologica, ma che però può insegnarci ancora molto.
D. Il libro racconta la storia di Sauro, attraverso il
quale racconti un’Italia lontana come gli italiani che l’abitavano e che si
stanno “estinguendo”. Hai detto che questo libro nasce dall’incontro casuale
con Sauro. Cosa ti ha spinto a conoscere a fondo la sua storia e poi a
raccontarla?
R. Per natura sono curioso. Credo più o meno come tutti. Ma ho una
passione per le cose apparentemente dimenticate o inutili. In particolare per
le storie lontane che non mi appartengono affatto e che finiscono -proprio per
la loro apparente inutilità- per essere un ottimo veicolo di fantasia. Per
questo mi sono dapprima incuriosito, poi appassionato, ai racconti di questo
anziano signore, conosciuto quasi per caso, realizzando che avevo incrociato
una specie di testimone del suo tempo, un esemplare di quella specie estinta i cui tipi venivano chiamati in
greco antico “logopoioi”, più o meno “fabbricatori di racconti”, onesti
e operosi operai a cui dobbiamo alcune delle molteplicità delle forme del
narrare.
Ho iniziato così a pensare di
raccontare una vita qualunque vissuta in maniera particolare (o una vita
particolare vissuta in maniera qualunque) che avesse come sfondo la storia del nostro Paese che,
proprio negli anni vissuti dal nostro protagonista, aveva iniziato a cambiare
in maniera vorticosa. Un racconto che avesse il sapore della testimonianza,
della memoria, attraverso parole lontane e sognate, in modo che “l’altro,
nell’altro tempo” divenisse, per qualche incomprensibile motivo, vicino e
possibile.
Ho avuto così il privilegio di
poter scrutare nella vita di qualcuno. Di qualcuno che rappresenta una
generazione particolare. Una generazione che -nel bene e nel male- aveva fatto
molto e che forse, senza retorica, avrebbe ancora qualcosa da insegnare, mentre, in questi
tempi convulsi, se ne va in silenzio tra l’indifferenza generale.
D. Quale episodio ti ha colpito maggiormente dei racconti
di Sauro e perché?
R. Due in particolare. Sauro che a
dodici anni, il 10 settembre del ’43, va a Porta San Paolo - dove si consumava
l’estremo disperato tentativo da parte dei militari e civili di opporsi
all’occupazione tedesca della capitale avviata subito dopo l’annuncio dell’armistizio
– per portare “eroicamente” della pasta, preparata dalla madre preoccupata che
i militi stessero combattendo a pancia vuota, a quello che sarebbe divenuto il
suo futuro cognato, che stava appunto combattendo lì, chiuso in un piccolo
mezzo blindato.
E un altro quando Sauro in Africa
accetta come subacqueo di partecipare al recupero di un relitto affondato. Un
evento impossibile reso possibile solo dalla meravigliosa ampiezza dell’incoscienza
e dalla frenesia di bruciare tutte le tappe del tempo, cogliendone in
continuazione l’attimo. Qualsiasi cosa esso contenesse.
D. Che idea ti sei fatto di quell’Italia e di quegli
italiani?
R. Era un’Italia ancora giovane come
nazione, impulsiva, analfabeta e familista, rassegnata e fatalista, bigotta e
superstiziosa, dove c’era poco da perdere perché lo si era già perso. Una
Italia traumatizzata da due guerre mondiali con in mezzo un grottesco ventennio
di dittatura. Sfido chiunque oggi, specie chi parla in maniera indignata di limitazione della libertà
per le restrizioni(dovute al Covid) dell’orario per l’aperitivo o per l’accesso alla discoteca o al
centro commerciale, a immaginare lontanamente cosa dovesse significare vivere in quei tempi.
E quegli italiani in mezzo a tutto quel casino, si rimboccarono le maniche e
iniziarono a immaginare, a progettare, a ricostruire. Anche sbagliando certo, ma andando avanti
comunque, spesso a tentoni, facendo qualsiasi cosa, provandoci sempre, perché
dopo quel periodo nulla li poteva più spaventare.
D. Cosa è rimasto di quel periodo nella società odierna?
R. Credo molto poco. Ma è una cosa del tutto naturale. Le cose cambiano ed evolvono. Ora viviamo in una società bulimica e opulenta, che ha da tempo sposato il copione dell’emotività per rispondere a tutte le sollecitazioni del mercato e delle suggestioni della politica (trasformata in prodotto di mercato anch’essa) e che ha fatto di tutto per dimenticare le proprie origini. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ne parlava già Pasolini in un famoso articolo pubblicato sul Corriere della Sera nel 1973, quando denunciò quello che definì come il nuovo totalitarismo dato dall’avvento della società dei consumi, da lui descritto come molto peggiore rispetto al precedente totalitarismo fascista. Per Pasolini tale diffusione del consumismo – determinato dal cambiamento nei modi di produzione conseguente al boom economico – aveva causato una mutazione antropologica negli italiani, la quale è un fenomeno di omologazione culturale totale e di conseguente genocidio culturale. E i risultati li vediamo tutti i giorni, basta accendere la televisione, o fare un giro per i cosiddetti social per esempio…
D. Quanto è importante per te tramandare la storia e ciò
che siamo stati?
R. Per me è essenziale, ma mi rendo conto che è una considerazione che rischia di essere totalmente inattuale. Comprendere le proprie radici, il comune passato, la nostra storia e origine, aiuta a capire sé stessi nel presente, come ci si è arrivati e chi si è veramente. In definitiva ascoltarsi. Naturalmente è una operazione che rischia di essere scomoda per chi ha rimosso quelle che crede essere le proprie scomode radici. La memoria è in definitiva fondamentale per capire ciò che sta accadendo in questo momento. La memoria aiuta a migliorarci (dovrebbe) e a non farci ripetere gli stessi errori (dovrebbe).
D. A tuo avviso l’essere umano è in grado di imparare dal
passato o preferisce far finta che non esista, rischiando di perpetrare gli
stessi errori?
R. Penso di sì, ma bisogna vigilare in continuazione per far si che questo accada. Purtroppo chi è più sensibile a farlo si sta estinguendo anch’egli, oppure è attaccato da più parti come fosse un patetico pusillanime. L’uomo con il passare del tempo si è in definitiva trasformato in un aggressivo animale domestico che difende in continuazione il proprio territorio (materiale o immateriale che sia). Un animale che vive un eterno presente avendo memoria solo di ciò che gli interessa per procurarsi quello che crede essere stabilità e piacere (da sapiens a consumens). Un animale in possesso quindi di una memoria a brevissimo termine, epurata da alcune complessità. Nello stesso tempo gli errori del passato si continuano a presentare sotto altre forme. Il meccanismo è lo stesso ma cambiano le forme.
E il naufragar diventa prassi in questo mar…
D. Tu racconti la società attraverso varie forme
artistiche. La fotografia, infatti, è un’altra delle tue attività. C’è
differenza tra la narrazione per immagini e scritta?
R. Sì. Da tempo considero varie tecniche di espressione (fotografia,
illustrazioni, arte concettuale) come una continuazione e un completamento
della scrittura. Nel mio caso ho sempre considerato la fotografia come un
serbatoio di immagini per un percorso narrativo. Ma si potrebbe dire anche il
contrario; le immagini si portano dentro un serbatoio di parole e il potenziale
dell’immaginazione di storie da esplorare e raccontare.
D. Nel leggere "Memorie di un brontosauro", correggimi se
sbaglio, non si può non riscontrare nella scrittura un velato, ma non troppo,
umorismo. Questo stile dinamico, leggero, quanto è importante per raccontare la
realtà?
R. Direi essenziale per mettere insieme un romanzo biografico di
questo tipo. Il tratto umoristico è poi per me una chiave che uso spesso per
riuscire a parlare di cose gravi rendendole leggere,cercando di non fargli
perdere l’importanza.
A tal proposito mi viene sempre in mente la lezione di Calvino sulla Leggerezza “la leggerezza significa il contrario della frivolezza, è amica dell’intelligenza, della competenza, della bellezza”. La leggerezza in definitiva è necessaria per guardare il mondo da un’altra ottica, con un'altra logica e altri metodi di conoscenza.
Valeria Pomba racconta a Il mio mondo espanso con sincerità tutto ciò che c’è dietro al romanzo e al suo essere scrittrice.
D. Valeria, iniziamo da una frase: “Torino sarebbe un città più felice se avesse il mare”. Queste parole si leggono nella quarta di copertina e in qualche modo danno, un’idea di quanto si respirerà durante la lettura di Torino beach. Prima di chiederti da cosa nasce questa riflessione, ci spieghi come nasce il romanzo?
R. Ho iniziato a scrivere questo romanzo sei anni dopo aver iniziato a
pensare alla sua trama, in un momento in cui ho sentito l’esigenza di scrivere
di nuovo. Dopo il primo romanzo, La vita di mezzo, pubblicato nel 2014, ho
scritto testi per il teatro, racconti, ma l’idea di affrontare nuovamente una
storia lunga mi spaventava, sentivo di non potergli dedicare abbastanza tempo e
concentrazione. Poi, anche grazie al consiglio di quello che sarebbe stato il
futuro editore del libro, ho per iniziato a scrivere. Certe cose attendono solo
che arrivi il momento giusto per accadere.
D. E la riflessione da cosa è scaturita?
R. Dalla mia personale convinzione che Torino, città che amo e in cui
sono cresciuta, unica e bellissima da molti punti di vista, sarebbe più felice
se si affacciasse sul mare. Darebbe a noi torinesi un carattere più aperto,
leggero, solare, poter avere il mare a due passi, poter passeggiare sul
bagnasciuga, liberandosi per un attimo dai brutti pensieri. Certo, è un sogno
irrealizzabile: così è nata l’idea di provare almeno a immaginare tutto questo
in una storia, che è poi diventata Torinobeach.
D. Nel romanzo
parli di come ci affanniamo a realizzare i nostri desideri, ma, una volta
avverati, ci rendiamo conto che non sono motivo della felicità. Siamo,quindi,
destinati a rincorrere una felicità che non arriverà mai oppure a cercarla
nelle cose sbagliate?
R. La felicità esiste, ma bisogna saperla sentire e apprezzare nel
percorso che ci avvicina alle cose che amiamo, lungo la strada che ci porta ai
progetti che vogliamo realizzare. A mio parere non è un punto d’arrivo, è un
momento da cogliere quando capita. Dipende da noi ma anche dalla fortuna, e nel
romanzo i personaggi lo sperimentano in prima persona.
D. I protagonisti
sono tre amici e l’amicizia è un tema fondamentale di tutto il tuo romanzo.
Cosa significa per te l’amicizia?
R. Sì, l’amicizia è un argomento importante del libro, che evolve insieme
ai personaggi. Ho voluto parlarne in tutti i suoi aspetti, anche quelli meno
positivi, perché penso sia un sentimento fondamentale per ogni essere umano, ma
complesso da gestire quanto l’amore.
D. Ti è mai capitato di ricevere una delusione da un’amicizia? E se sì, come l’hai affrontata?
R. Tante volte, specialmente da ragazzina. Crescendo sono diventata forse
più diffidente in generale verso le persone, ma va bene così: ho un cerchio di
amicizie molto ristretto ma prezioso.
D. Torniamo al tuo romanzo, Torino è la cornice su cui si muovono i tuoi personaggi. Il capoluogo piemontese si presta da sempre a storia malinconiche e dai colori tenui, proprio per la sua atmosfera. Se dovessi descrivere Torino, qual è il primo pensiero che ti viene in mente?
R. È una città per chi sa vedere oltre la superficie delle cose.
D. Qual è stato il passaggio più difficile emotivamente da scrivere del romanzo?
R. La parte in cui muore uno dei personaggi. Non svelo troppo per non
togliere la sorpresa a chi non ha ancora letto il libro, ma posso dire che è
stato difficile cercare di descrivere le sensazioni che accompagnano un momento
così delicato. Ma anche questo fa parte della vita: Torinobeach è un libro che
alterna leggerezza e profondità, come accade nel vissuto reale di tutti noi.
Sta a noi scegliere quale atteggiamento far prevalere.
D. Quando lo hai completato, cosa hai fatto per “liberarti” dalle sensazioni che ti ha generato?
R. Ho chiuso il PC e sono uscita a fare una passeggiata. Era un
pomeriggio d’autunno, come ora, e ricordo quel senso di compimento che provavo,
un misto di gioia e malinconia, come ogni cosa quando si conclude.
D. Cosa speri rimanga di Torino beach al lettore?
R. Il messaggio di credere nel proprio talento e nei propri sogni, consapevoli che la strada non è tutta in discesa. Ma vale la pena percorrerla.
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