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"Nell'addio", Federico Larosa: «Credo che il processo di maturazione duri per tutta la vita».


"Nell’addio”,  il romanzo d’esordio di Federico Larosa, edito da Merlino Edizioni, è la storia di Edoardo, uno studente universitario appassionato di cinema, musica e

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"Ragazzi chimici", Andrea Mauri e Angela Infante raccontano il fenomeno del chemsex

Cocaina basata, mephedrone, crystal e GHB sono solo alcuni dei protagonisti di festini, che sempre più spesso vengono organizzati per sballarsi e fare sesso a lungo e senza limitazioni. È il fenomeno del chemsex, nato e sviluppatosi soprattutto a Londra, ma che sta prendendo sempre più piede anche in Italia. Neologismo coniato da David Stuart, il chemsex connota non solamente l’uso e abuso di sostanze psicoattive al fine di migliorare, prolungare e stimolare l’attività sessuale, ma identifica propriamente l’uso che se ne fa nelle comunità gay omosessuali.

Negli ultimi anni, soprattutto in Europa ma con casi anche negli Stati Uniti, il chemsex ha preso sempre più piede delineando un preciso rituale: App come Grindr o incontri casuali con chi già è addentro a queste situazioni facilitano l’individuo alla partecipazione a festini, i chill, il cui ingresso è rigorosamente sottoposto al pagamento di un feed per l’acquisto delle sostanze stupefacenti utili all’evento. Una volta pagato il proprio contributo, si può accedere a questi chill con un numero variabile di partecipanti (dalle 3 alle 20 persone), durante i quali la musica di sottofondo e i video porno passati in loop fanno da cornice a incontri omosessuali la cui durata può protrarsi anche per più giorni, a seconda della disponibilità delle sostanze stupefacenti precedentemente acquistate con le quote a disposizione. Direttamente derivanti da questa pratica, sono altre, anch’esse insidiose, situazioni: dallo sviluppo di una forte dipendenza da sostanze tossiche a quello di IST – Infezioni Sessualmente Trasmissibili.

A caratterizzare il chemsex, infatti, è l’uso di sostanze insidiose come il GHB, meglio nota come “la droga dello stupro” (quindi sedativa ma che al contempo aumenta la sensibilità tattile), unitamente ai cristalli di metanfetamina (dall’intenso effetto stimolante) o al mefedrone (anch’esso stimolante ed eccitante), che portano spesso al cosiddetto “craving”, ossia al desiderio e necessità di un consumo sempre maggiore di sostanze stupefacenti. Per quanto riguarda invece le infezioni sessualmente trasmissibili, questi incontri, senza freni inibitori, portano spesso al non uso di preservativi, con conseguente loro maggiore diffusione.

Un mondo sconosciuto ai più, che ci viene raccontato, forse per la prima volta nella narrativa di “intrattenimento”, da Andrea Mauri e Angela Infante, attraverso 10 racconti brevi, nati da testimonianze vere, raccolte tramite interviste a ragazzi che lo praticano.

“Ragazzi chimici – connessioni di chemsex”, pubblicato da Ensemble edizioni, con la postfazione a opera del sessuologo e docente universitario Filippo Maria Nimbi, risulta essere, pertanto, un documento importante  sia per conoscere l’argomento sia per fermarlo e limitarne i danni.

 

 L’intervista

 

D. "Ragazzi chimici" è un’antologia basata sul chemsex, che si ispira a storie vere, che avete ascoltato e raccolto attraverso delle interviste. Prima di entrare all’interno del loro contenuto,voglio chiedervi qual è stata la molla che vi ha fatto interessare all’argomento.

MAURI: L’idea è stata di Angela. Mi ha proposto di scrivere questo libro e ho subito accettato. È stata l’occasione per approfondire le dinamiche di un fenomeno di cui avevo sentito parlare e che mi incuriosiva.

INFANTE: Lavoro da più di 10 anni in un reparto di Malattie Infettive con persone sieropositive e ascolto le loro storie.  Un paio di anni fa, alcuni di loro hanno manifestato l’interesse a parlarmi e confrontarsi su questo fenomeno, qualcuno perché ne aveva sentito parlare, qualcuno perché aveva partecipato ad alcune sessioni.

Durante il primo lockdown, complice la chiusura forzata, ho iniziato a domandare di poter fare delle “chiacchierate” sull’argomento; è stato tutto molto fluido, senza riserve e con onestà, con interesse e senza giudizio, nasce così l’idea.

 

D. Dicevamo che i racconti contenuti all’interno del libro sono ispirati alle testimoniane raccolte attraverso delle interviste. Come siete arrivati a questi testimoni?

MAURI: Su questo ti risponde Angela, perché è lei che ha realizzato le interviste. Io ho ricevuto il materiale, che ho sbobinato appuntandomi gli aspetti più forti, in un certo senso quelli più narrativi, per trasformarli in storie. Il mio lavoro è stato quello di rispettare l’anonimato che gli intervistati ci hanno chiesto, renderli irriconoscibili nei racconti senza tradirne però le emozioni e i sentimenti, cioè la psicologia dei protagonisti, introducendo dei necessari elementi narrativi.

INFANTE: Ho chiesto ad un amico grafico di preparami una locandina, dove lasciando il mio indirizzo mail, chiedevo di essere contatta, da persone che erano coinvolte a vario titolo nel fenomeno del chemsex; anche con una mail fittizia, una chiacchierata per conoscerci. Quindi, ho postato la locandina sui miei profili social; ha incuriosito molti uomini e poi è stato semplice. Ho anche molti amici gay all’interno della mia comunità e il “passaparola gay”, (mi ricorda il film di Ryan Murphy The normal heart), ha fatto il resto. Sicuramente mi ha aiutato il fatto che io lavori in campo HIV.

 

 

D. Cosa vi ha colpito maggiormente dei loro racconti?

MAURI: Mi sono trovato davanti a uno scenario che non immaginavo. Le motivazioni dei ragazzi chimici sono molteplici. A riprova del fatto che nella vita nulla è solo bianco, nulla è solo nero e che il chemsex è un fenomeno trasversale. Nei racconti ho sentito tanta solitudine e pure un’ansia da prestazione. Tra le righe emerge uno sminuimento del corpo e una difficoltà a percepirsi in armonia con il mondo, sia sul piano fisico che su quello psicologico. Ma c’è anche chi fa chemsex per puro svago, per migliorare la prestazione sessuale. Questi sono gli aspetti di un fenomeno che tutti dovrebbero conoscere per smontare qualsiasi sorta di pregiudizio in merito.

INFANTE: Quello che mi colpisce in ogni storia che ascolto con genuino interesse. Mi ha colpito la fiducia nel narrarsi, la consapevolezza di quello che stavano facendo nelle mille tonalità di grigio in cui tutti viviamo, la capacità di analizzarsi nei comportamenti: riconoscere la dipendenza o solo lavoglia di divertirsi e il tentativo, a volte ironico, a volte lancinante di non prendersi, sempre, troppo sul serio. Tutti consapevoli nel riconoscere che sarebbe arrivato “un loro tempo” per smettere.

 

D. E quale è stata, invece, la storia che più vi ha scosso e perché?

MAURI: Per me è stata quella del racconto intitolato “Orgasmo livido”. In questa storia il chemsex parte all’interno di una coppia con delle modalità forti: innanzitutto una grande differenza d’età tra i due protagonisti e poi con atti consensuali che si avvicinano a una certa violenza, ma sempre nel reciproco rispetto e accordo. In un secondo momento l’esperienza si allarga ad altre persone con esiti disastrosi.

INFANTE: Non credo ce ne sia una particolare, quando si ascolta senza giudizio, le parole scorrono con un loro senso, e fanno meno male. Quella in cui ho dovuto più contrastare la sensazione frustrante di totale impotenza, è stata “Anonimo Veneziano”; a questa storia, dallo svolgimento singolare, perché fatta di persona, non ero pronta. Nella lettura se ne può intravedere “trasparente” il perché.

 

 

D. Perché il chemsex sta prendendo sempre più piede nella società e perché fra le persone, giovani e meno giovani, si sta affermando l’idea che per un amplesso ci sia il bisogno di assumere sostanze stupefacenti?

MAURI: Da un lato mi sembra di percepire una certa curiosità nell’esplorazione del sesso attraverso nuove modalità. Dall’altro gioca un ruolo fondamentale la percezione che si ha del proprio corpo. Come dicevo prima, si sta diffondendo un’ansia di prestazione, un’inadeguatezza di fronte a modelli di corpi perfetti e di atti sessuali vigorosi, al limite del bestiale in qualche caso, veicolati dai video porno. Assistiamo a un bombardamento sostanzioso di questi messaggi, che possono generare l’ansia di inseguire qualcosa di irraggiungibile perché non ci appartiene.

INFANTE: Possiamo analizzare e indagare tutti i comportamenti legati a pratiche più o meno trasgressive, lecite, opportune e con gli aggettivi potrei andare avanti per lunghe righe ma penso che la risposta “giusta”, ammessa che ce ne sia una, è da “ricercare” nella richiesta, non giudicante, alle persone interessate. Io faccio in questo modo.

 


D. Chi fa sesso sotto effetto di metamfetamine è consapevole delle conseguenze che potrebbero generarsi?

MAURI: I ragazzi chimici raccontano in che modo hanno affrontato il cosiddetto down da assunzione di droghe, cioè il momento in cui le sostanze cessano il loro effetto e li sprofondano in una grande incertezza. Sono consapevoli del rischio di isolarsi per giorni interi, di vivere in una dimensione parallela, di rinunciare alle relazioni interpersonali, di sviluppare problemi di concentrazione sul lavoro e nel peggiore dei casi di arrivare persino a perderlo. E affrontano tale consapevolezza in modo differente. Per esempio, alcuni sviluppano una mania di tenere tutto sotto controllo per scandire con regolarità la partecipazione ai chill; altri faticano a imporsi il controllo sul desiderio e la necessità di un consumo sempre maggiore di sostanze stupefacenti; altri ancora si preoccupano meno del futuro. Comunque sia, per me è fondamentale che si lavori sulla riduzione del danno per avere le risposte giuste a chi chiede aiuto.

INFANTE: La consapevolezza non è ospite benvenuto in queste sessioni; dalle esperienze raccontate e vissute in momenti come questi, lunghi momenti che diventano giorni, la mente è affollata da pensieri e da fantasie che abitano gli stati di incoscienza. La consapevolezza abita la vita di ognuno di noi, prima o dopo la sessione di chemsex, in quell’attimo, credo, non vale il “cogito ergo sum”.

 

 

D. Nel libro si fondono le vostre competenze, Angela sei una counselor e una educatrice mentre, lo sappiamo benissimo, Andrea sei uno scrittore di talento. Come nasce la vostra collaborazione?

MAURI: Frequentavo le associazioni glbtqi+ e gli eventi che organizzavano. Mi piacevano molto quelli ideati da Angela. Gli ultimi suoi cui ho partecipato sono stati una serata di teatro counseling e una sfilata di moda in occasione della giornata mondiale della lotta contro l’Aids. Non ricordo però qual è stata la prima occasione, quella in cui ci siamo conosciuti.

INFANTE: Conosco bene il mio lavoro: ascolto storie, raccolgo storie e, a volte, mi diletto a scriverle. La nostra collaborazione nasce dalla voglia di fare “qualcosa” insieme per la nostra comunità, con onestà, non raccontando solo “i colori che colorano” il nostro orgoglio, ma anche quelli “acidi” che lo rappresentano. Quello con Andrea è stato un incontro magico, ma è stato un bellissimo incontro anche quello con l’editore che ha creduto in noi,Matteo Chiavarone di Ensemble, e quello di tutte le persone che “girano” intorno a questo progetto; progetto che poteva anche risultare “scomodo”.

 

D. Su quale aspetto vi siete confrontati maggiormente e cosa avete imparato l’uno dall’altro durante la lavorazione?

MAURI: L’aspetto fondamentale è stato quello di rispettare le storie che questi ragazzi hanno deciso di regalarci. Non era scontato che aderissero all’appello di uscire allo scoperto e raccontare aspetti profondi, intimi e delicati della loro vita. Il rispetto che doveva passare necessariamente, come ho detto prima, attraverso l’attenzione con la quale costruire i racconti che fanno parte del libro. Che cosa ho imparato da Angela? La schiettezza di porsi al prossimo, la risolutezza con la quale porta a termine gli obiettivi e la semplicità con la quale gestisce la sua energia inesauribile che tutto e tutti travolge.

INFANTE: Il confronto è il sale della vita, e io notoriamente mangio con l’aggiunta di molto sale. Non potevo perdere l’occasione ghiotta di lavorare con Andrea. Amo il suo stile di scrittura asciutto e onesto, la gentilezza e l’eleganza con cui entra nelle vite degli altri e un genuino interesse per i fatti della vita.

Cosa ho imparato? Ad avere una sorta di pazienza, dote che non mi caratterizza!

 

D. Per concludere, Ragazzi chimici quale elemento di riflessioni speriate lasci nel lettore?

MAURI: Mi piacerebbe che il lettore venisse toccato da queste storie fino a sentirle proprie, magari arrivando persino a immedesimarvisi. Secondo me, tutte le esperienze, anche le più estreme, raccontano qualcosa di noi. Inconsapevolmente fanno emergere i nostri lati oscuri, quelli che preferiamo non vedere. Ebbene, se questo libro ci autorizzasse a scavare nel nostro io più buio fino a destabilizzarci, allora sarebbe un ottimo risultato. Del chemsex se ne deve parlare. Credo che in futuro arriveranno nuovi studi scientifici sul fenomeno, che si cercherà di misurarne la portata e che, come succede già in altri Paesi, si appronteranno dei servizi adeguati alla prevenzione e alla riduzione del danno. Nel frattempo però è bene parlarne in ogni luogo.

INFANTE: Sarò lapidaria, ognuno confezionerà le sue; io voglio solo che se ne parli!

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Maurizio Semplice: «L'Italia di Sauro era ancora giovane e c'era poco da perdere perché lo si era già perso»

 


“Memorie di un Brontosauro. Racconti, amori e imprese di un restauratore di pianoforti in un secolo di storia d’Italia” è il nuovo libro di Maurizio Semplice, pubblicato da Fefè editore.


Attraverso uno stile leggero, con un pizzico di ironia, l’autore ricostruisce la storia di Sauro, il Brontosauro appunto. Ovviamente il termine non allude alla sua fisicità, quanto alla sua entità di personaggio storico: di uomo, di italiano-tipo, che ha attraversato settant’anni di ’900 e vent’anni di 2000. Quell'italiano-tipo che non c'è più, ma che sopravvive nella memoria di chi lo è stato e può ancora raccontarlo. Quell’italiano-tipo  che è archeologia sociale e antropologica, ma che però può insegnarci ancora molto.


L'intervista 

 

D. Il libro racconta la storia di Sauro, attraverso il quale racconti un’Italia lontana come gli italiani che l’abitavano e che si stanno “estinguendo”. Hai detto che questo libro nasce dall’incontro casuale con Sauro. Cosa ti ha spinto a conoscere a fondo la sua storia e poi a raccontarla?

R. Per natura sono curioso. Credo più o meno come tutti. Ma ho una passione per le cose apparentemente dimenticate o inutili. In particolare per le storie lontane che non mi appartengono affatto e che finiscono -proprio per la loro apparente inutilità- per essere un ottimo veicolo di fantasia. Per questo mi sono dapprima incuriosito, poi appassionato, ai racconti di questo anziano signore, conosciuto quasi per caso, realizzando che avevo incrociato una specie di testimone del suo tempo, un esemplare di quella specie estinta i cui tipi venivano chiamati in greco antico “logopoioi”, più o meno “fabbricatori di racconti”, onesti e operosi operai a cui dobbiamo alcune delle molteplicità delle forme del narrare.

Ho iniziato così a pensare di raccontare una vita qualunque vissuta in maniera particolare (o una vita particolare vissuta in maniera qualunque) che avesse come sfondo la storia del nostro Paese che, proprio negli anni vissuti dal nostro protagonista, aveva iniziato a cambiare in maniera vorticosa. Un racconto che avesse il sapore della testimonianza, della memoria, attraverso parole lontane e sognate, in modo che “l’altro, nell’altro tempo” divenisse, per qualche incomprensibile motivo, vicino e possibile.

Ho avuto così il privilegio di poter scrutare nella vita di qualcuno. Di qualcuno che rappresenta una generazione particolare. Una generazione che -nel bene e nel male- aveva fatto molto e che forse, senza retorica, avrebbe ancora qualcosa da insegnare, mentre, in questi tempi convulsi, se ne va in silenzio tra l’indifferenza generale.

 

 

D. Quale episodio ti ha colpito maggiormente dei racconti di Sauro e perché?

R. Due in particolare. Sauro che a dodici anni, il 10 settembre del ’43, va a Porta San Paolo - dove si consumava l’estremo disperato tentativo da parte dei militari e civili di opporsi all’occupazione tedesca della capitale avviata subito dopo l’annuncio dell’armistizio – per portare “eroicamente” della pasta, preparata dalla madre preoccupata che i militi stessero combattendo a pancia vuota, a quello che sarebbe divenuto il suo futuro cognato, che stava appunto combattendo lì, chiuso in un piccolo mezzo blindato.

E un altro quando Sauro in Africa accetta come subacqueo di partecipare al recupero di un relitto affondato. Un evento impossibile reso possibile solo dalla meravigliosa ampiezza dell’incoscienza e dalla frenesia di bruciare tutte le tappe del tempo, cogliendone in continuazione l’attimo. Qualsiasi cosa esso contenesse.

 

 

D. Che idea ti sei fatto di quell’Italia e di quegli italiani?

R. Era un’Italia ancora giovane come nazione, impulsiva, analfabeta e familista, rassegnata e fatalista, bigotta e superstiziosa, dove c’era poco da perdere perché lo si era già perso. Una Italia traumatizzata da due guerre mondiali con in mezzo un grottesco ventennio di dittatura. Sfido chiunque oggi, specie chi parla in maniera indignata di limitazione della libertà per le restrizioni(dovute al Covid) dell’orario per l’aperitivo o per l’accesso alla discoteca o al centro commerciale, a immaginare lontanamente cosa dovesse significare vivere in quei tempi. E quegli italiani in mezzo a tutto quel casino, si rimboccarono le maniche e iniziarono a immaginare, a progettare, a ricostruire. Anche sbagliando certo, ma andando avanti comunque, spesso a tentoni, facendo qualsiasi cosa, provandoci sempre, perché dopo quel periodo nulla li poteva più spaventare.

 

 

D. Cosa è rimasto di quel periodo nella società odierna?

R. Credo molto poco. Ma è una cosa del tutto naturale. Le cose cambiano ed evolvono. Ora viviamo in una società bulimica e opulenta, che ha da tempo sposato il copione dell’emotività per rispondere a tutte le sollecitazioni del mercato e delle suggestioni della politica (trasformata in prodotto di mercato anch’essa) e che ha fatto di tutto per dimenticare le proprie origini. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ne parlava già Pasolini in un famoso articolo pubblicato sul Corriere della Sera nel 1973, quando denunciò quello che definì come il nuovo totalitarismo dato dall’avvento della società dei consumi, da lui descritto come molto peggiore rispetto al precedente totalitarismo fascista. Per Pasolini tale diffusione del consumismo – determinato dal cambiamento nei modi di produzione conseguente al boom economico – aveva causato una mutazione antropologica negli italiani, la quale è un fenomeno di omologazione culturale totale e di conseguente genocidio culturale. E i risultati li vediamo tutti i giorni, basta accendere la televisione, o fare un giro per i cosiddetti social per esempio…


D. Quanto è importante per te tramandare la storia e ciò che siamo stati?

R. Per me è essenziale, ma mi rendo conto che è una considerazione che rischia di essere totalmente inattuale. Comprendere le proprie radici, il comune passato, la nostra storia e origine, aiuta a capire sé stessi nel presente, come ci si è arrivati e chi si è veramente. In definitiva ascoltarsi. Naturalmente è una operazione che rischia di essere scomoda per chi ha rimosso quelle che crede essere le proprie scomode radici. La memoria è in definitiva fondamentale per capire ciò che sta accadendo in questo momento. La memoria aiuta a migliorarci (dovrebbe) e a non farci ripetere gli stessi errori (dovrebbe).

 

D. A tuo avviso l’essere umano è in grado di imparare dal passato o preferisce far finta che non esista, rischiando di perpetrare gli stessi errori?

R. Penso di sì, ma bisogna vigilare in continuazione per far si che questo accada. Purtroppo chi è più sensibile a farlo si sta estinguendo anch’egli, oppure è attaccato da più parti come fosse un patetico pusillanime. L’uomo con il passare del tempo si è in definitiva trasformato in un aggressivo animale domestico che difende in continuazione il proprio territorio (materiale o immateriale che sia). Un animale che vive un eterno presente avendo memoria solo di ciò che gli interessa per procurarsi quello che crede essere stabilità e piacere (da sapiens a consumens). Un animale in possesso quindi di una memoria a brevissimo termine, epurata da alcune complessità. Nello stesso tempo gli errori del passato si continuano a presentare sotto altre forme. Il meccanismo è lo stesso ma cambiano le forme.

E il naufragar diventa prassi in questo mar…

 

D. Tu racconti la società attraverso varie forme artistiche. La fotografia, infatti, è un’altra delle tue attività. C’è differenza tra la narrazione per immagini e scritta?

R. Sì. Da tempo considero varie tecniche di espressione (fotografia, illustrazioni, arte concettuale) come una continuazione e un completamento della scrittura. Nel mio caso ho sempre considerato la fotografia come un serbatoio di immagini per un percorso narrativo. Ma si potrebbe dire anche il contrario; le immagini si portano dentro un serbatoio di parole e il potenziale dell’immaginazione di storie da esplorare e raccontare.

 

D. Nel leggere "Memorie di un brontosauro", correggimi se sbaglio, non si può non riscontrare nella scrittura un velato, ma non troppo, umorismo. Questo stile dinamico, leggero, quanto è importante per raccontare la realtà?

R. Direi essenziale per mettere insieme un romanzo biografico di questo tipo. Il tratto umoristico è poi per me una chiave che uso spesso per riuscire a parlare di cose gravi rendendole leggere,cercando di non fargli perdere l’importanza.

A tal proposito mi viene sempre in mente la lezione di Calvino sulla Leggerezza “la leggerezza significa il contrario della frivolezza, è amica dell’intelligenza, della competenza, della bellezza”. La leggerezza in definitiva è necessaria per guardare il mondo da un’altra ottica, con un'altra logica e altri metodi di conoscenza.

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Valeria Pomba: «La felicità esiste, ma bisogna saperla sentire nel percorso che ci avvicina a ciò che amiamo»


 Si intitola Torino Beach, il nuovo romanzo di Valeria Pomba, pubblicato da Spunto Edizioni. Incentrato sulla vita di Moreno, Viola e Ace, il romanzo ruota intorno alle loro aspirazioni e ai sogni da realizzare. Quando questi si realizzano, però, i tre si accorgono che non sempre realizzare i propri sogni significa ottenere la felicità.

Un romanzo sui sogni, quindi, ma anche sulla ricerca della felicità e sull’amicizia, in una Torino sempre più misteriosa e surreali che fornisce ai protagonisti strani fatti che li coinvolgono.

Valeria Pomba racconta a Il mio mondo espanso con sincerità tutto ciò che c’è dietro al romanzo e al suo essere scrittrice.


L'Intervista


D. Valeria,  iniziamo da una frase: “Torino sarebbe un città più felice se avesse il mare”.  Queste parole si leggono nella quarta di copertina e in qualche modo danno, un’idea di quanto si respirerà durante la lettura di Torino beach.  Prima di chiederti da cosa nasce questa riflessione, ci spieghi come nasce il romanzo?

R. Ho iniziato a scrivere questo romanzo sei anni dopo aver iniziato a pensare alla sua trama, in un momento in cui ho sentito l’esigenza di scrivere di nuovo. Dopo il primo romanzo, La vita di mezzo, pubblicato nel 2014, ho scritto testi per il teatro, racconti, ma l’idea di affrontare nuovamente una storia lunga mi spaventava, sentivo di non potergli dedicare abbastanza tempo e concentrazione. Poi, anche grazie al consiglio di quello che sarebbe stato il futuro editore del libro, ho per iniziato a scrivere. Certe cose attendono solo che arrivi il momento giusto per accadere.


D. E la riflessione da cosa è scaturita?

R. Dalla mia personale convinzione che Torino, città che amo e in cui sono cresciuta, unica e bellissima da molti punti di vista, sarebbe più felice se si affacciasse sul mare. Darebbe a noi torinesi un carattere più aperto, leggero, solare, poter avere il mare a due passi, poter passeggiare sul bagnasciuga, liberandosi per un attimo dai brutti pensieri. Certo, è un sogno irrealizzabile: così è nata l’idea di provare almeno a immaginare tutto questo in una storia, che è poi diventata Torinobeach.



D. Nel romanzo parli di come ci affanniamo a realizzare i nostri desideri, ma, una volta avverati, ci rendiamo conto che non sono motivo della felicità. Siamo,quindi, destinati a rincorrere una felicità che non arriverà mai oppure a cercarla nelle cose sbagliate?

R. La felicità esiste, ma bisogna saperla sentire e apprezzare nel percorso che ci avvicina alle cose che amiamo, lungo la strada che ci porta ai progetti che vogliamo realizzare. A mio parere non è un punto d’arrivo, è un momento da cogliere quando capita. Dipende da noi ma anche dalla fortuna, e nel romanzo i personaggi lo sperimentano in prima persona.


D. I protagonisti sono tre amici e l’amicizia è un tema fondamentale di tutto il tuo romanzo. Cosa significa per te l’amicizia?

R. Sì, l’amicizia è un argomento importante del libro, che evolve insieme ai personaggi. Ho voluto parlarne in tutti i suoi aspetti, anche quelli meno positivi, perché penso sia un sentimento fondamentale per ogni essere umano, ma complesso da gestire quanto l’amore.


D. Ti è mai capitato di ricevere una delusione da un’amicizia?  E se sì, come l’hai affrontata?

R. Tante volte, specialmente da ragazzina. Crescendo sono diventata forse più diffidente in generale verso le persone, ma va bene così: ho un cerchio di amicizie molto ristretto ma prezioso.



D. Torniamo al tuo romanzo, Torino è la cornice su cui si muovono i tuoi personaggi. Il capoluogo piemontese si presta da sempre a storia malinconiche e dai colori tenui, proprio per la sua atmosfera. Se dovessi descrivere Torino, qual è il primo pensiero che ti viene in mente?

R. È una città per chi sa vedere oltre la superficie delle cose.


D. Qual è stato il passaggio più difficile emotivamente da scrivere del romanzo?

R. La parte in cui muore uno dei personaggi. Non svelo troppo per non togliere la sorpresa a chi non ha ancora letto il libro, ma posso dire che è stato difficile cercare di descrivere le sensazioni che accompagnano un momento così delicato. Ma anche questo fa parte della vita: Torinobeach è un libro che alterna leggerezza e profondità, come accade nel vissuto reale di tutti noi. Sta a noi scegliere quale atteggiamento far prevalere.


D. Quando lo hai completato, cosa hai fatto per “liberarti” dalle sensazioni che ti ha generato?

R. Ho chiuso il PC e sono uscita a fare una passeggiata. Era un pomeriggio d’autunno, come ora, e ricordo quel senso di compimento che provavo, un misto di gioia e malinconia, come ogni cosa quando si conclude.


D. Cosa speri rimanga di Torino beach al lettore?

R. Il messaggio di credere nel proprio talento e nei propri sogni, consapevoli che la strada non è tutta in discesa. Ma vale la pena percorrerla. 

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Nicola Vacca: «'Arrivano parole dal jazz' è un libro, da leggere, guardare e ascoltare.»

Prendi la musica jazz e la poesia e mettile assieme. Poi prendi la scrittura e il talento di Nicola Vacca,

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Intervista a Salvatore Savasta: “Quando cresci in una famiglia cristiana, essere gay significa essere il male.”

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A cura di Francesco Sansone
Grafica blog di Giovanni Trapani

Qualche mese fa vi ho parlato di due dei volumi che compongono la saga "Io sono gay", pubblicata in maniera indipendente da Salvatore Savasta. Oggi vi propongo l’intervista che il giovane autore ha rilasciato a Il mondo espanso dei romanzi gay, in cui analizza alcuni aspetti dei suoi lavori.

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D. Nella tua trilogia racconti il percorso di crescita e affermazione di Andrew. So che è una storia ispirata a una storia vera, cosa ti ha spinto a scriverla?
R. Rimanere inerme, ai piedi di un letto d’ospedale, guardando il protagonista lottare tra la vita e la morte per aver tentato il suicidio. Mi ero convinto che fosse a causa dell’omofobia della società, ma quando ho scoperto che il problema era la difficoltà di Andrew nell’accettare se stesso, ho pensato che il mondo dovesse sapere che, talvolta, il primo vero omofobo è colui che si scopre omosessuale.

D. Nel primo volume della saga il tuo protagonista è molto duro con i suoi “genitori”, definendoli degli stupidi perché non si sono resi conto di chi fosse realmente. Ti chiedo: un genitore è tenuto a conoscere per davvero un figlio?
R. No. Sono convinto che quello che il protagonista attua nei confronti dei suoi genitori sia solo una valvola di sfogo. Odia sé stesso e i suoi genitori sono quanto di più simile a sé stesso egli conosca. Non accettarsi come individuo porta a dei conflitti interiori ed esteriori che sembrano insensati se non per colui che prova sentimenti così contrastanti dentro di sé. Sono convinto che l’unico ruolo che abbia il genitore, e lo dico da padre, sia quello di prepararti al mondo e di fartelo conoscere. Il modo in cui reagisci a esso e ciò che sei non dipende dal genitore che, sempre più spesso, è completamente ignaro di chi sia davvero il proprio figlio.

D. Affronti anche un’altra tematica interessante, ossia quella dell’omofobia interiorizzata nei gay stessi. Da cosa nasce, secondo te, questa avversione?
R. Quando cresci in una famiglia particolarmente legata ai valori cristiani, essere gay significa essere il male. Cominci a fare una serie di considerazioni. Comprendi di essere diverso, in qualche modo sbagliato persino ai tuoi occhi. Sei sufficientemente conscio e intelligente da accorgerti che c’è qualcosa che in te non sta funzionando bene (nel senso che alla parola  “bene” dà la società in cui vivi). Probabilmente capitava la stessa cosa agli albini di qualche decennio fa o alle donne accusate di stregoneria perché rosse di capelli nel ‘600. Sai che ciò che sei non è accettato all’unanimità, quindi o lotti contro tutti per far valere i tuoi diritti o ti ritrovi a pensarla come chi si accanisce contro di te, in una sorta di rapporto di odi et amo con te stesso.

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D. Nel secondo volume affronti l’aspetto dell’evoluzione di una coppia. Dopo anni passati assieme Andrew e il suo compagno sono cresciuti e cambiati, questo li porta a scoprire nuovi desideri e pulsioni. Non credi che in una coppia ci possa essere una comune e complice evoluzione?
R. Assolutamente sì. Si può crescere insieme e ci si può evolvere, insieme, in qualcos’altro. Tutte le coppie vivono un momento in cui la frivola passione lascia il posto alla routine, ma in quel caso l’amore fa da collante necessario a mantenere vivo e saldo il rapporto. Nel caso di Andrew e Francesco non c’era amore di base, ma solo passione. Non potrebbe essere altrimenti visto che bastano pochi giorni di distanza per invaghirsi di altri personaggi. La distanza rafforza l’amore e distrugge i rapporti basati sulla reciproca stima e passione.

D. Palermo fa da sfondo alla tua storia. Com’è scoprirsi e accettarsi omosessuali nel capoluogo siculo?
R. Difficile. Siamo la città con il più alto numero di esorcisti in Italia. Se nostro figlio soffre di convulsioni chiamiamo il sacerdote e pensiamo alla possessione prima che a una malattia. Crediamo nei miracoli, nelle madonne di ogni dove. Un omosessuale è solo una persona che ha smarrito la retta via, che deve essere riportato in chiesa, che deve essere esorcizzato o miracolato. È una piaga per la famiglia, una punizione divina. Scoprirsi gay, quando tuo padre ti urla che lui ti ha creato perfetto e senza malattie, diventa davvero una condizione difficile da sopportare. Per questo ancora oggi mi batto, con diverse associazioni locali, per far comprendere che gli isterismi delle “checche” televisive non rappresentano il mondo LGBT, ma ne sono la caricatura. Un etero non deve dare spiegazioni se ha un erezione davanti a un seno. L’obiettivo è fare in modo che un omosessuale possa smettere di dovere spiegazioni se bacia il proprio uomo in una pubblica piazza.

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D. Mi permetto di dissentire parzialmente con quanto detto. Da uomo che si è "scoperto" gay nella Palermo del 2001, posso dire che non tutti i percorsi di accettazione sono difficili come hai appena detto. Certo, ci sono casi limiti che devono essere raccontati affinché non si ripetano più, ma questi non avvengono solo nel capoluogo siciliano. Le situazioni che citi possono, purtroppo, verificarsi in ogni parte del Paese e del mondo intero. Ci tengo a precisarlo perché altrimenti passerebbe un messaggio non del tutto veritiero e preciso. 
Torniamo alla tua saga: Quale aspetto ti è stato più difficile trasportare nel romanzo e perché?
R. Riuscire a descrivere un uomo che pur rimanendo tale fosse gay. Avevo il terrore di descriverlo eccessivamente sentimentale o troppo poco sensibile. Trovare il modo per far comprendere che la sessualità è qualcosa di privato, a qualunque livello, è stata la cosa più complessa.

D. Per concludere, che  cosa vorresti rimanesse del tuo lavoro al lettore?
S. Vorrei fosse chiaro che se amo un uomo o una donna, il mio valore come essere umano pensante non può e non deve cambiare agli occhi del mondo. Se sono un idiota lo sono a prescindere, così come è vero il contrario: se sono un genio lo sono anche se preferisco il pene alla vagina. Il sesso è qualcosa che esula dalla mia personalità. Non sono Salvatore lo scrittore pansessuale, sono Salvatore lo scrittore. Quando si potrà parlare di una persona senza che le sue preferenze sessuali siano inserite come una sorta di soprannome, avremo vinto la nostra battaglia.

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ESCLUSIVA ASSOLUTA! RECEINTERVISTA Chased: Accerchiato - Jamie A. Miller ci mostra il “mondo dopo” la sparatoria al liceo di Karnville.

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A cura di Francesco Sansone
Grafica di Giovanni Trapani

Trama: Dopo la sparatoria nel liceo di Karnville, i quattro ragazzi miracolosamente sopravvissuti non sono affatto al sicuro. Nel momento in cui la notizia della tentata strage è balzata agli onori della cronaca, le due coppie sono diventate il simbolo dell’amore puro e sofferto che trionfa oltre la tragedia. Jenna Robinson, provocatrice TV e giornalista di quart’ordine, ha deciso di fare della storia un caso giornalistico senza precedenti.

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Che cosa succede dopo una sparatoria? Le vittime come riescono a superare un episodio simile? Sono queste le domande cui Jamie A. Miller rispondere con Accerchiato, il secondo capitolo del romanzo Chased (self publishing Amazon. Prezzo ebook: 2,99 Euro.)

Ritroviamo Elliot, Josh, Garrett e Caryl alle prese con il “mondo dopo”. Ognuno di loro, seppur in maniera diversa, è stato segnato dalla sparatoria avvenuta al liceo di Karnville per mano di Roderick Mayer e deve cercare di riprendere in mano la propria esistenza. Tuttavia un nuovo mostro è pronto a scagliarsi su di loro. Un mostro che non ha fucili, ma l’avidità: la stampa. I quattro ragazzi sono diventati il caso di cronaca di cui tutti parlano e di cui si vogliono quei dettagli pruriginosi, che spingono i giornalisti, televisivi in particolare, a scavare in maniera perversa nelle loro vite dei protagonisti pur di ottenere lo scoop esclusivo da mandare in diretta.


«Mi sono ispirato alla TV ma soprattutto ai media virtuali, il web e i social.» – racconta Miller a Il mondo espanso dei romanzi gay -  «Ciò che è virale diventa arcinoto, oggetto di fan fiction, meme, discussioni sui social. Ognuno può improvvisarsi investigatore e scoprire i segreti più reconditi di chi che sia. Siamo in un gigantesco e infinito Grande Fratello. Ci sentiamo autorizzati a scavare nelle tragedie come se ci riguardassero da vicino e spesso chi ci mette i fatti davanti vuole che lo facciamo, desidera eviscerare la verità anziché analizzarla con spirito critico.»

E proprio quest’aspetto in Chased: Accerchiato è ben espresso. I quattro protagonisti hanno dei segreti (chi ha letto il primo romanzo conosce bene) che cercano di tenere per sé, per non appesantire maggiormente quel “mondo dopo” in cui si sono ritrovati a vivere improvvisamente e di cui ognuno ne vuole un pezzo.

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«Elliot ha molte cose di cui si vergogna o delle quali dovrebbe vergognarsi ma in fondo gli sembrano legittime. Si trova tra due fuochi amorosi e vorrebbe capire quale dei due alimentare.» - continua l’autore. -«Josh ha molti segreti, invece, cose che non è pronto ad affrontare; Garrett non vorrebbe essere coinvolto ma vi è costretto, mentre Caryl è il suo opposto, ne vuole di più, vuole essere famosa. Mi sembrava naturale mettere i miei personaggi davanti a un incubo così grande e costringere ad affrontare i loro scheletri nell'armadio.»

Miller è stato bravo a non ripetersi, a creare una storia nuova, capace di intrigare il lettore. Le vicende avvenute nel primo romanzo fanno da collante a questo, ma rimangono lì, senza invadere lo sviluppo dei personaggi e della nuova trama. Riesce a soddisfare le domande di cui sopra, sviluppandole in maniera lucida con la sua scrittura asciutta e diretta, e a colmare quella curiosità che nasce in ogni lettore al termine di un romanzo in cui i protagonisti entrano nel cuore: “E ora che succede?”

«Se abbiamo imparato ad amare i personaggi, e questo vale sia per il lettore ma soprattutto per lo scrittore, si sente il bisogno di un "dopo".» - ci dice Miller, spiegando la scelta di scrivere il sequel di Chased. - «In quella sorta di sadismo che porta un autore a torturare le proprie creature fiorisce, alla fine, un desiderio di redenzione che, unito al fatto che, in fondo, ti sei affezionato a quei malcapitati, ti fa venire voglia di scrivere un seguito per loro e per te stesso. Elliot, Josh, Garrett e Caryl non avevano terminato la loro corsa. Le loro storie, che, al termine del primo libro, erano finite apparentemente bene, in realtà non erano prive di strascichi e conseguenze.»

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Pertanto io non posso fare altro che consigliarvi di leggere Chased: Accerchiato sia per scoprire il “mondo dopo” sia per assaporare lo stile “indie” di Jamiel A. Miller.

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