"Nell'addio", Federico Larosa: «Credo che il processo di maturazione duri per tutta la vita».


"Nell’addio”,  il romanzo d’esordio di Federico Larosa, edito da Merlino Edizioni, è la storia di Edoardo, uno studente universitario appassionato di cinema, musica e

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#QuelliInCoprifuoco, da domani partono le dirette Instagram de Il mio mondo espanso con tanti cantanti, scrittori e artisti

 


Mai come in quest'ultimo anno avvertiamo tutti la necessità di trascorrere serate in compagnia di amici, con cui chiacchierare e scherzare un po'. In quest'ottima di spensieratezza nasce #QuelliInCoprifuoco, una serie di live su Instagram.


Da domani, per tre settimane ogni martedì, mercoledì e venerdì, alle 22:00 scrittori, cantanti e artisti si racconteranno come mai fatto prima. 


Nove artisti, infatti, hanno accettato di tenervi compagnia, parlando dei loro lavori ma sopratutto di loro fra il serio e faceto. Tante le "prove" a cui saranno chiamati a sottoporsi, fra queste le spinose domande del "Le cose che non dici" e il cimentarsi con generi e mondi distanti da loro. 


Un'ora di divertimento per sentire meno il peso di questo coprifuoco a cui le misure per contenere la diffusione del coronavirus ci hanno costretto a rispettare per il bene di tutti.


Gli ospiti di #QuelliInCoprifuoco

08/02  La cantante e conduttrice Mariana Somma

09/02 Il duo musicale I Monterosso

10/02 Lo scrittore Emiliano Di Meo

16/02 Lo scrittore e regista teatrale Paolo Vanacore

17/02 Lo speaker e autore Pio Russo

18/02 Lo scrittore Paolo Costa

23/02 Lo scrittore Vincenzo Restivo

24/02 Lo speaker Roberto Sdino

25/02 Lo scrittore Salvatore Improta


Quindi, appuntamento a domani sera alle 22. Diventa pure tu uno di #QuelliInCoprifuoco de Il mio mondo espanso.

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"Ragazzi chimici", Andrea Mauri e Angela Infante raccontano il fenomeno del chemsex

Cocaina basata, mephedrone, crystal e GHB sono solo alcuni dei protagonisti di festini, che sempre più spesso vengono organizzati per sballarsi e fare sesso a lungo e senza limitazioni. È il fenomeno del chemsex, nato e sviluppatosi soprattutto a Londra, ma che sta prendendo sempre più piede anche in Italia. Neologismo coniato da David Stuart, il chemsex connota non solamente l’uso e abuso di sostanze psicoattive al fine di migliorare, prolungare e stimolare l’attività sessuale, ma identifica propriamente l’uso che se ne fa nelle comunità gay omosessuali.

Negli ultimi anni, soprattutto in Europa ma con casi anche negli Stati Uniti, il chemsex ha preso sempre più piede delineando un preciso rituale: App come Grindr o incontri casuali con chi già è addentro a queste situazioni facilitano l’individuo alla partecipazione a festini, i chill, il cui ingresso è rigorosamente sottoposto al pagamento di un feed per l’acquisto delle sostanze stupefacenti utili all’evento. Una volta pagato il proprio contributo, si può accedere a questi chill con un numero variabile di partecipanti (dalle 3 alle 20 persone), durante i quali la musica di sottofondo e i video porno passati in loop fanno da cornice a incontri omosessuali la cui durata può protrarsi anche per più giorni, a seconda della disponibilità delle sostanze stupefacenti precedentemente acquistate con le quote a disposizione. Direttamente derivanti da questa pratica, sono altre, anch’esse insidiose, situazioni: dallo sviluppo di una forte dipendenza da sostanze tossiche a quello di IST – Infezioni Sessualmente Trasmissibili.

A caratterizzare il chemsex, infatti, è l’uso di sostanze insidiose come il GHB, meglio nota come “la droga dello stupro” (quindi sedativa ma che al contempo aumenta la sensibilità tattile), unitamente ai cristalli di metanfetamina (dall’intenso effetto stimolante) o al mefedrone (anch’esso stimolante ed eccitante), che portano spesso al cosiddetto “craving”, ossia al desiderio e necessità di un consumo sempre maggiore di sostanze stupefacenti. Per quanto riguarda invece le infezioni sessualmente trasmissibili, questi incontri, senza freni inibitori, portano spesso al non uso di preservativi, con conseguente loro maggiore diffusione.

Un mondo sconosciuto ai più, che ci viene raccontato, forse per la prima volta nella narrativa di “intrattenimento”, da Andrea Mauri e Angela Infante, attraverso 10 racconti brevi, nati da testimonianze vere, raccolte tramite interviste a ragazzi che lo praticano.

“Ragazzi chimici – connessioni di chemsex”, pubblicato da Ensemble edizioni, con la postfazione a opera del sessuologo e docente universitario Filippo Maria Nimbi, risulta essere, pertanto, un documento importante  sia per conoscere l’argomento sia per fermarlo e limitarne i danni.

 

 L’intervista

 

D. "Ragazzi chimici" è un’antologia basata sul chemsex, che si ispira a storie vere, che avete ascoltato e raccolto attraverso delle interviste. Prima di entrare all’interno del loro contenuto,voglio chiedervi qual è stata la molla che vi ha fatto interessare all’argomento.

MAURI: L’idea è stata di Angela. Mi ha proposto di scrivere questo libro e ho subito accettato. È stata l’occasione per approfondire le dinamiche di un fenomeno di cui avevo sentito parlare e che mi incuriosiva.

INFANTE: Lavoro da più di 10 anni in un reparto di Malattie Infettive con persone sieropositive e ascolto le loro storie.  Un paio di anni fa, alcuni di loro hanno manifestato l’interesse a parlarmi e confrontarsi su questo fenomeno, qualcuno perché ne aveva sentito parlare, qualcuno perché aveva partecipato ad alcune sessioni.

Durante il primo lockdown, complice la chiusura forzata, ho iniziato a domandare di poter fare delle “chiacchierate” sull’argomento; è stato tutto molto fluido, senza riserve e con onestà, con interesse e senza giudizio, nasce così l’idea.

 

D. Dicevamo che i racconti contenuti all’interno del libro sono ispirati alle testimoniane raccolte attraverso delle interviste. Come siete arrivati a questi testimoni?

MAURI: Su questo ti risponde Angela, perché è lei che ha realizzato le interviste. Io ho ricevuto il materiale, che ho sbobinato appuntandomi gli aspetti più forti, in un certo senso quelli più narrativi, per trasformarli in storie. Il mio lavoro è stato quello di rispettare l’anonimato che gli intervistati ci hanno chiesto, renderli irriconoscibili nei racconti senza tradirne però le emozioni e i sentimenti, cioè la psicologia dei protagonisti, introducendo dei necessari elementi narrativi.

INFANTE: Ho chiesto ad un amico grafico di preparami una locandina, dove lasciando il mio indirizzo mail, chiedevo di essere contatta, da persone che erano coinvolte a vario titolo nel fenomeno del chemsex; anche con una mail fittizia, una chiacchierata per conoscerci. Quindi, ho postato la locandina sui miei profili social; ha incuriosito molti uomini e poi è stato semplice. Ho anche molti amici gay all’interno della mia comunità e il “passaparola gay”, (mi ricorda il film di Ryan Murphy The normal heart), ha fatto il resto. Sicuramente mi ha aiutato il fatto che io lavori in campo HIV.

 

 

D. Cosa vi ha colpito maggiormente dei loro racconti?

MAURI: Mi sono trovato davanti a uno scenario che non immaginavo. Le motivazioni dei ragazzi chimici sono molteplici. A riprova del fatto che nella vita nulla è solo bianco, nulla è solo nero e che il chemsex è un fenomeno trasversale. Nei racconti ho sentito tanta solitudine e pure un’ansia da prestazione. Tra le righe emerge uno sminuimento del corpo e una difficoltà a percepirsi in armonia con il mondo, sia sul piano fisico che su quello psicologico. Ma c’è anche chi fa chemsex per puro svago, per migliorare la prestazione sessuale. Questi sono gli aspetti di un fenomeno che tutti dovrebbero conoscere per smontare qualsiasi sorta di pregiudizio in merito.

INFANTE: Quello che mi colpisce in ogni storia che ascolto con genuino interesse. Mi ha colpito la fiducia nel narrarsi, la consapevolezza di quello che stavano facendo nelle mille tonalità di grigio in cui tutti viviamo, la capacità di analizzarsi nei comportamenti: riconoscere la dipendenza o solo lavoglia di divertirsi e il tentativo, a volte ironico, a volte lancinante di non prendersi, sempre, troppo sul serio. Tutti consapevoli nel riconoscere che sarebbe arrivato “un loro tempo” per smettere.

 

D. E quale è stata, invece, la storia che più vi ha scosso e perché?

MAURI: Per me è stata quella del racconto intitolato “Orgasmo livido”. In questa storia il chemsex parte all’interno di una coppia con delle modalità forti: innanzitutto una grande differenza d’età tra i due protagonisti e poi con atti consensuali che si avvicinano a una certa violenza, ma sempre nel reciproco rispetto e accordo. In un secondo momento l’esperienza si allarga ad altre persone con esiti disastrosi.

INFANTE: Non credo ce ne sia una particolare, quando si ascolta senza giudizio, le parole scorrono con un loro senso, e fanno meno male. Quella in cui ho dovuto più contrastare la sensazione frustrante di totale impotenza, è stata “Anonimo Veneziano”; a questa storia, dallo svolgimento singolare, perché fatta di persona, non ero pronta. Nella lettura se ne può intravedere “trasparente” il perché.

 

 

D. Perché il chemsex sta prendendo sempre più piede nella società e perché fra le persone, giovani e meno giovani, si sta affermando l’idea che per un amplesso ci sia il bisogno di assumere sostanze stupefacenti?

MAURI: Da un lato mi sembra di percepire una certa curiosità nell’esplorazione del sesso attraverso nuove modalità. Dall’altro gioca un ruolo fondamentale la percezione che si ha del proprio corpo. Come dicevo prima, si sta diffondendo un’ansia di prestazione, un’inadeguatezza di fronte a modelli di corpi perfetti e di atti sessuali vigorosi, al limite del bestiale in qualche caso, veicolati dai video porno. Assistiamo a un bombardamento sostanzioso di questi messaggi, che possono generare l’ansia di inseguire qualcosa di irraggiungibile perché non ci appartiene.

INFANTE: Possiamo analizzare e indagare tutti i comportamenti legati a pratiche più o meno trasgressive, lecite, opportune e con gli aggettivi potrei andare avanti per lunghe righe ma penso che la risposta “giusta”, ammessa che ce ne sia una, è da “ricercare” nella richiesta, non giudicante, alle persone interessate. Io faccio in questo modo.

 


D. Chi fa sesso sotto effetto di metamfetamine è consapevole delle conseguenze che potrebbero generarsi?

MAURI: I ragazzi chimici raccontano in che modo hanno affrontato il cosiddetto down da assunzione di droghe, cioè il momento in cui le sostanze cessano il loro effetto e li sprofondano in una grande incertezza. Sono consapevoli del rischio di isolarsi per giorni interi, di vivere in una dimensione parallela, di rinunciare alle relazioni interpersonali, di sviluppare problemi di concentrazione sul lavoro e nel peggiore dei casi di arrivare persino a perderlo. E affrontano tale consapevolezza in modo differente. Per esempio, alcuni sviluppano una mania di tenere tutto sotto controllo per scandire con regolarità la partecipazione ai chill; altri faticano a imporsi il controllo sul desiderio e la necessità di un consumo sempre maggiore di sostanze stupefacenti; altri ancora si preoccupano meno del futuro. Comunque sia, per me è fondamentale che si lavori sulla riduzione del danno per avere le risposte giuste a chi chiede aiuto.

INFANTE: La consapevolezza non è ospite benvenuto in queste sessioni; dalle esperienze raccontate e vissute in momenti come questi, lunghi momenti che diventano giorni, la mente è affollata da pensieri e da fantasie che abitano gli stati di incoscienza. La consapevolezza abita la vita di ognuno di noi, prima o dopo la sessione di chemsex, in quell’attimo, credo, non vale il “cogito ergo sum”.

 

 

D. Nel libro si fondono le vostre competenze, Angela sei una counselor e una educatrice mentre, lo sappiamo benissimo, Andrea sei uno scrittore di talento. Come nasce la vostra collaborazione?

MAURI: Frequentavo le associazioni glbtqi+ e gli eventi che organizzavano. Mi piacevano molto quelli ideati da Angela. Gli ultimi suoi cui ho partecipato sono stati una serata di teatro counseling e una sfilata di moda in occasione della giornata mondiale della lotta contro l’Aids. Non ricordo però qual è stata la prima occasione, quella in cui ci siamo conosciuti.

INFANTE: Conosco bene il mio lavoro: ascolto storie, raccolgo storie e, a volte, mi diletto a scriverle. La nostra collaborazione nasce dalla voglia di fare “qualcosa” insieme per la nostra comunità, con onestà, non raccontando solo “i colori che colorano” il nostro orgoglio, ma anche quelli “acidi” che lo rappresentano. Quello con Andrea è stato un incontro magico, ma è stato un bellissimo incontro anche quello con l’editore che ha creduto in noi,Matteo Chiavarone di Ensemble, e quello di tutte le persone che “girano” intorno a questo progetto; progetto che poteva anche risultare “scomodo”.

 

D. Su quale aspetto vi siete confrontati maggiormente e cosa avete imparato l’uno dall’altro durante la lavorazione?

MAURI: L’aspetto fondamentale è stato quello di rispettare le storie che questi ragazzi hanno deciso di regalarci. Non era scontato che aderissero all’appello di uscire allo scoperto e raccontare aspetti profondi, intimi e delicati della loro vita. Il rispetto che doveva passare necessariamente, come ho detto prima, attraverso l’attenzione con la quale costruire i racconti che fanno parte del libro. Che cosa ho imparato da Angela? La schiettezza di porsi al prossimo, la risolutezza con la quale porta a termine gli obiettivi e la semplicità con la quale gestisce la sua energia inesauribile che tutto e tutti travolge.

INFANTE: Il confronto è il sale della vita, e io notoriamente mangio con l’aggiunta di molto sale. Non potevo perdere l’occasione ghiotta di lavorare con Andrea. Amo il suo stile di scrittura asciutto e onesto, la gentilezza e l’eleganza con cui entra nelle vite degli altri e un genuino interesse per i fatti della vita.

Cosa ho imparato? Ad avere una sorta di pazienza, dote che non mi caratterizza!

 

D. Per concludere, Ragazzi chimici quale elemento di riflessioni speriate lasci nel lettore?

MAURI: Mi piacerebbe che il lettore venisse toccato da queste storie fino a sentirle proprie, magari arrivando persino a immedesimarvisi. Secondo me, tutte le esperienze, anche le più estreme, raccontano qualcosa di noi. Inconsapevolmente fanno emergere i nostri lati oscuri, quelli che preferiamo non vedere. Ebbene, se questo libro ci autorizzasse a scavare nel nostro io più buio fino a destabilizzarci, allora sarebbe un ottimo risultato. Del chemsex se ne deve parlare. Credo che in futuro arriveranno nuovi studi scientifici sul fenomeno, che si cercherà di misurarne la portata e che, come succede già in altri Paesi, si appronteranno dei servizi adeguati alla prevenzione e alla riduzione del danno. Nel frattempo però è bene parlarne in ogni luogo.

INFANTE: Sarò lapidaria, ognuno confezionerà le sue; io voglio solo che se ne parli!

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Damiano Dario Ghiglino: «uno sguardo o una frase possono fare la differenza».



Un ragazzo cammina portando con sé una valigia lungo le strade innevate di una città tedesca. Non sa da dove viene, né dove sta andando. Sa solo che si è lasciato il passato alle spalle perché è gay, è diverso. Sarà così che Eric intraprenderà un lungo viaggio alla scoperta di sé rivelando, tra incontri inaspettati e interrogativi senza risposta, l’essenza di una vita che è tutte le vite.
Un romanzo cosmopolita, visionario, oscuro ma anche luminoso, sulla ricerca dell’identità attraverso le molteplici tappe dell’esistenza umana.

Questa la premessa di “Ragazzo, uomo e nemo”, il nuovo romanzo dello scrittore  Damiano Dario Ghiglino. Un romanzo in cui l’autore torna ad affrontare i topic a lui cari e di cui a Il mio mondo espanso,nell’intervista che segue, ne racconta l’origine. 

 

L’intervista

 


D.
Damiano Dario, il tuo romanzo è il viaggio di un ragazzo alla ricerca di sé. Come nasce la storia.

R. Essendo la trama tutt’altro che lineare, non vi è una sola storia. Il protagonista, Eric, deve fare i conti con i propri trascorsi, con un passato estremamente variegato.

 


D. Fondamentale in ogni viaggio, come anche in quello del tuo protagonista, sono le persone che si incontrano e che in qualche modo, non dico influiscono, ma contribuiscono a creare la nostra personalità. Nella tua esperienza, qual è stato l’incontro più importante è perché?

R. È molto difficile, se non impossibile, dire quale sia stato l’incontro più importante della nostra vita.

Quello che ho notato viaggiando è che, a volte, uno sguardo o una frase possono fare la differenza.

I protagonisti del romanzo nascono perlopiù da persone reali, incontrate durante i miei viaggi. Persone che mi hanno ispirato, ma con cui non ho mai approfondito la conoscenza. Ragazzi smarriti con i quali ho trascorso pochi giorni o addirittura poche ore e, proprio per questo, ho potuto idealizzare. Personalità fuori dal comune che nella vita di Eric, il protagonista, assumono l’importanza che, nel bene e nel male, non hanno mai avuto nella mia.



D.
Nel romanzo  il viaggio di Eric inizia dal momento in cui a causa del suo coming out non può fare ritorno alla sua terra. Un incipit che rispecchia una realtà ancora viva nella nostra società. Secondo te, le generazioni LGBT precedenti in cosa hanno sbagliato se questi canovacci continuano a ripetersi tutt’ora?

R. Il coming out è uno degli argomenti centrali del romanzo. L’errore (se così lo vogliamo chiamare) della comunità LGBT consiste nel manifestare il naturalissimo bisogno di sentirsi accettati. A quel punto, se tu mi accetti, mi stai facendo un favore. Si crea una strana forma di disparità, di subordinazione. Eppure, l’accettazione dovrebbe essere scontata e immediata, non dovrebbe passare attraverso un processo di consapevolezza, non ci dovrebbe essere bisogno di sensibilizzare.

Il protagonista del romanzo non tenterà mai di riallacciare i rapporti con quella famiglia che l’ha ripudiato in quanto omosessuale.

 

D. Da che ti conosco ti vedo sempre in giro per il mondo e questo aspetto lo si riscontra anche nei tuoi romanzi, dove gli spostamenti sono un topic. Cosa significa per te viaggiare e entrare a contatto con realtà diverse?



R.
Ne approfitto per rispondere con una citazione dal mio precedente romanzo ‘Il sole d’agosto sopra la Rambla’. Il paragrafo si riferisce a Julio: uno dei personaggi principali, pur non facendo parte della comitiva dei ‘giovani tramonti’.

“Avrebbe osservato, percepito, gustato, bevuto, fatto l'amore in molti modi diversi con quel senso d’incertezza e transitorietà che tiene in bilico l'animo dello straniero. Perché chi viaggia non vive solo la sua vita, ma in primo luogo quelle degli altri, sublimandole dalle proprie altezze, da vette rarefatte raggiunte di soppiatto, lontano da tutti e pur in mezzo a tutti.

Poi a un tratto il respiro viene a mancare e la ragione lascia spazio allo stupore, la bocca rimane semichiusa, gli occhi spalancati di fronte all'imponderabile, misterioso e pur stranamente essenziale, segreto dell'esistenza.”


D.
Attraverso il viaggio di Eric, al lettore è rivelato, cito le tue parole, “l’essenza di una vita che è tutte le vite”. Se pensi all’essenza della tua vita, qual è?

R. Mi piace considerare ‘Ragazzo, uomo  e nemo’  un romanzo di formazione. Come nella maggior parte dei romanzi, non è presente alcuna velleità di dare risposte a quesiti esistenziali. Ma spero di essere almeno riuscito a pormi giuste domande.

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Valerio Cruciani: « Non si può e non si deve giudicare nessuno per il modo in cui gode del suo corpo e della sua mente»

 


 Si intitola “Lo scioglimento dei ghiacci” il nuovo romanzo di Valerio Cruciani, pubblicato per Ensemble, in cui Roberta, la protagonista, passa da essere considerata una donna rispettabile a donna di dubbia moralità, per un cambio di "priorità".


Roberta, infatti, all’inizio appare come una donna con una  vita “normale e soddisfacente”; un marito produttore cinematografico, una figlia avuta in gioventù che vive all’estero e un lavoro stimolante all’università, grazie al quale combina la didattica all’esperienza sul campo, che la porta spesso tra i ghiacciai del mondo a studiarne l’evoluzione.


Eppure, quella tranquillità, quella lentezza e pazienza che i suoi studi le impongono nell’osservazione della natura, all’improvviso le vanno stretti; basta una chiacchierata durante una première cinematografica con Valeria, alias Yolanda Hastings, regista di film “sperimentali” e “femministi” per adulti, per infonderle il dubbio che tutto il suo mondo di “fermi immagine” necessiti di una sferzata di energia e di slancio.


Inizia così una duplice percezione di Roberta, che da stimata professionista, moglie e madre, al diventare virale del film, si trasforma agli occhi degli altri in donna di dubbia moralità, dai gusti sessuali discutibili, professionista non più (o non solo) della glaciologia, avvezza più all’appagamento dei suoi piaceri sessuali che all’accudimento dei suoi cari. Roberta, tuttavia, non si sente di giustificarsi, di motivare le sue scelte; è se stessa, e questo, nel bene e nel male, la rende felice.


Valerio Cruciani a Il mio mondo espanso ci parla del suo romanzo e assieme a noi traccia un quadro delle pressioni sociali che ancora oggi le donne devono subire e che sono il punto centrale del suo romanzo.

 

L’intervista

 

D. Valerio, nel romanzo parli di come la donna ancora oggi sia vittima di una società che la vuole, con le eccezioni del caso, “angelo del focolaio” e che la condanna se esce dal seminato. Ti sei dato una spiegazione di questa visione?

R. Credo sia un antico retaggio del quale ancora non ci siamo liberati. Di sicuro ha un peso determinante la cultura religiosa che definisce la nostra mentalità, e non mi riferisco solo al cristianesimo, ma proprio al pensiero tradizionalista. L’imperatore Augusto, giusto per fare un esempio, riportò in auge una legge che puniva severamente le donne adultere. Ma nel mio romanzo credo di essere andato oltre: la polemica, oggi, è invertita. Si critica e si giudica anche la donna che non esce dal seminato. La donna-madre, la donna-di-casa, non ci basta più, la donna-che-non-lavora è un obbrobrio, un fallimento della società, la donna-che-non-gode-pubblicamente è un pericolo. Ecco, tutto questo fa parte della stessa cultura: quella che aprioristicamente considera la donna un oggetto da giudicare, perché fondamentalmente, ancora oggi, la nostra è la cultura del maschio e del maschile.



D.
Nel romanzo Roberta, la tua protagonista, è rispettabile finché si “mostra” madre e moglie impeccabile e lavoratrice “normale”, ma perde tale stima quando si dedica a un lavoro dove le donne scelgono secondo la propria visione come vivere, anche sul piano sessuale,la propria vita. Perché questo non avviene per gli uomini?

R. In realtà credo che avvenga anche per gli uomini. Senza contraddirmi rispetto alla risposta precedente, credo che il nostro sistema culturale, proprio per essere ancora così androcentrico, sottoponga l’uomo a pressioni e giudizi costanti, anche se di ordine diverso rispetto a quelli a cui è sottoposta la donna. L’uomo è in via di ridefinizione e l’idea tradizionale di mascolinità è in discussioneda tempo. C’è una costante tensione tra il vecchio mondo (maschio rude, sciupa femmine, lavoratore, giocatore d’azzardo, intellettuale, perdonabile) e il nuovo mondo (maschio che aiuta nei lavori domestici, dall’orientamento sessuale non più rigidamente binario, rispettoso, paterno, privo di macchia).


D. Il sesso, o meglio la libertà di appagarsi sessualmente, è poi l’elemento chiave con cui si giudica negativamente una donna. Se lo fa e dimostra di piacerle è una poco di buono, diversamente è appellata come frigida. Come la si mette, la donna è comunque giudicabile, sbaglio?

R. Sempre. Anche qui c’è una costante tensione nella nostra cultura. Mi riferisco ai discorsi, soprattutto a quelli che passano inosservati, alle pubblicità, a certi distinguo poco sottili che troviamo ancora in molti pezzi di giornalismo, alla musica pop. Da una parte la donna deve pubblicizzare il proprio corpo e il proprio godimento (non solo pornografia, penso anche a come i giocattoli sessuali stiano uscendo dalla clandestinità anche in Italia), dall’altra deve mantenere tutto ciò nel segreto del proprio boudoir. Il problema è proprio continuare a dare al sesso e alla sessualità una centralità che, invece, dovrebbe appartenere solo alla sfera privata e al tempo che il nostro psicanalista eventualmente ci dedica.E questo, attenzione, colpisce anche gli uomini di ogni orientamento sessuale. Non si può e non si deve giudicare nessuno per il modo in cui gode del suo corpo e della sua mente (sempre che non rechi danno a nessuno). Ma è più forte di noi, perché il sesso, in fondo, è la forza più poderosa, è il motore dell’essere umano.


D. A chi o a che cosa si può attribuire la colpa, se così possiamo chiamarla, di questa condanna mediatica?

R. Credo che in fondo ci sia la consapevolezza, da parte del maschio, della sua progressiva perdita di potere. Non a favore della donna, o non solo. Ma a favore, direi, della Natura, del caos, della Storia. Il Maschio, che finora ha generato la Storia, ora conta sempre meno. Come essere umano privo di Storia. È un oggetto di consumo tra gli altri, e non è pronto ad affrontare questa battaglia. Le donne, quindi, tradizionalmente collocate su un piano inferiore, sono ancora più facili da bersagliare. Non ci si può sfogare contro l’ideologia dominante. Le donne sono sempre più un obiettivo facile, uno sfogo a portata di mano. Ciò vuol dire, dal mio punto di vista, che il maschio è un perdente, un’altra vittima. Anche perché oggi la Donna sta comunque assumendo ruoli di primo piano in ogni ambito.

E poi ci sarebbe da fare tutto un discorso a parte sui social media. Se vogliamo parlare di condanna mediatica non possiamo non additare le reti sociali come strumenti eccellenti del potere. I migliori, perché siamo noi a gestirli direttamente (almeno ne abbiamo l’impressione). Questo è uno dei temi presenti ne “Lo scioglimento dei ghiacci”.


D. La cronaca continua a fornirci notizie di donne vittime di uomini incapaci di accettare la fine di un rapporto, o di ripicche atte a denigrarle agli occhi della comunità in cui vive. Donne che oltre a subire l’affronto, devono pagarne anche le conseguenze, rimanendo marchiate a vita. Sono passati secoli, ma la “lettera scarlatta” continua a esistere, sbaglio?

R. Purtroppo mi pare di sì, stando alla cronaca. Ma vorrei sempre ricordare come tutto il discorso che stiamo facendo porti conseguenze nefaste anche agli uomini. Voglio dire, non dobbiamo polarizzare, non dobbiamo cadere nella trappola manichea del bianco e del nero. Ci sono uomini che soffrono tremendamente durante i processi di separazione, che rimangono soli, che non trovano reti di sostegno, vengono privati delle cure dei propri figli per automatismi da tribunale che poco hanno a che fare con la realtà di ogni singolo caso. Ci sono anche uomini che subiscono violenza (fisica e psicologica) da parte delle donne. E non mancano casi di cronaca recenti anche in questo senso. Direi, quindi, che questo è l’atteggiamento intellettuale che ho cercato di mantenere per tutta la stesura de Lo scioglimento dei ghiacci: dobbiamo indagare le cause di un male che colpisce tutti noi.



D.
Come ti spieghi il fatto che le prime a puntare il dito contro le donne sono le stesse donne, che tendono a giustificare gli uomini che compiono certi gesti. Si può parlare di misoginia interiorizzata?

R. Non saprei, sinceramente. Probabilmente sì, i modelli culturali dominanti sono stati pienamente assorbiti da tutti e vengono messi in pratica per lo più in modo inconsapevole.Ma non mi stupisce: nel nostro mondo scarseggia la vera solidarietà. Siamo tutti macchine da competizione.


D. Oltre che uno scrittore sei anche un insegnate. Queste dinamiche “degli adulti”, le riscontri anche fra i più giovani, o le nuove generazioni hanno superati certi limiti culturali?

R. La cosa migliore di questo lavoro è che ti permette di conoscere da vicino le nuove generazioni. E ti obbliga a non dimenticare come eri tu alla loro età. Non puoi tralasciare il tuo adolescente interiore, se vuoi fare discretamente il professore. Sì, purtroppo mi pare che i ragazzi di oggi ci somiglino troppo. Non hanno superato quasi niente. Le ragazze devono indossare shorts sempre più corti, ma poi non possono parlare di masturbazione con le proprio coetanee. Questa è una delle confessioni che mi hanno fatto. Le ragazze si sentono perennemente giudicate. I ragazzi fanno di tutto per nascondere il proprio orientamento sessuale, quando non è quello “giusto”. I parametri culturali, purtroppo, sono esattamente gli stessi di quarant’anni fa. Sono cambiate le cose meno importanti: la moda, l’accesso a un benessere superficiale e illusorio... Una cosa sì che è cambiata, ed ha un’importanza centrale: il loro modo di accedere al sapere, alle informazioni, alla cultura. Sono i primi figli di un mondo sempre meno analogico, e non è una questione secondaria.

 

D. Per concludere, che cosa speri rimanga del tuo romanzo a chi lo leggerà?

R. L’emozione strisciante e profonda. Spero che rimangano le domande e una sensazione di nuovo, di apertura, di avventura. Il gusto della lettura, della parola scritta.

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Maurizio Semplice: «L'Italia di Sauro era ancora giovane e c'era poco da perdere perché lo si era già perso»

 


“Memorie di un Brontosauro. Racconti, amori e imprese di un restauratore di pianoforti in un secolo di storia d’Italiaè il nuovo libro di Maurizio Semplice, pubblicato da Fefè editore.


Attraverso uno stile leggero, con un pizzico di ironia, l’autore ricostruisce la storia di Sauro, il Brontosauro appunto. Ovviamente il termine non allude alla sua fisicità, quanto alla sua entità di personaggio storico: di uomo, di italiano-tipo, che ha attraversato settant’anni di ’900 e vent’anni di 2000. Quell'italiano-tipo che non c'è più, ma che sopravvive nella memoria di chi lo è stato e può ancora raccontarlo. Quell’italiano-tipo  che è archeologia sociale e antropologica, ma che però può insegnarci ancora molto.


L'intervista 

 

D. Il libro racconta la storia di Sauro, attraverso il quale racconti un’Italia lontana come gli italiani che l’abitavano e che si stanno “estinguendo”. Hai detto che questo libro nasce dall’incontro casuale con Sauro. Cosa ti ha spinto a conoscere a fondo la sua storia e poi a raccontarla?

R. Per natura sono curioso. Credo più o meno come tutti. Ma ho una passione per le cose apparentemente dimenticate o inutili. In particolare per le storie lontane che non mi appartengono affatto e che finiscono -proprio per la loro apparente inutilità- per essere un ottimo veicolo di fantasia. Per questo mi sono dapprima incuriosito, poi appassionato, ai racconti di questo anziano signore, conosciuto quasi per caso, realizzando che avevo incrociato una specie di testimone del suo tempo, un esemplare di quella specie estinta i cui tipi venivano chiamati in greco antico “logopoioi”, più o meno “fabbricatori di racconti”, onesti e operosi operai a cui dobbiamo alcune delle molteplicità delle forme del narrare.

Ho iniziato così a pensare di raccontare una vita qualunque vissuta in maniera particolare (o una vita particolare vissuta in maniera qualunque) che avesse come sfondo la storia del nostro Paese che, proprio negli anni vissuti dal nostro protagonista, aveva iniziato a cambiare in maniera vorticosa. Un racconto che avesse il sapore della testimonianza, della memoria, attraverso parole lontane e sognate, in modo che “l’altro, nell’altro tempo” divenisse, per qualche incomprensibile motivo, vicino e possibile.

Ho avuto così il privilegio di poter scrutare nella vita di qualcuno. Di qualcuno che rappresenta una generazione particolare. Una generazione che -nel bene e nel male- aveva fatto molto e che forse, senza retorica, avrebbe ancora qualcosa da insegnare, mentre, in questi tempi convulsi, se ne va in silenzio tra l’indifferenza generale.

 

 

D. Quale episodio ti ha colpito maggiormente dei racconti di Sauro e perché?

R. Due in particolare. Sauro che a dodici anni, il 10 settembre del ’43, va a Porta San Paolo - dove si consumava l’estremo disperato tentativo da parte dei militari e civili di opporsi all’occupazione tedesca della capitale avviata subito dopo l’annuncio dell’armistizio – per portare “eroicamente” della pasta, preparata dalla madre preoccupata che i militi stessero combattendo a pancia vuota, a quello che sarebbe divenuto il suo futuro cognato, che stava appunto combattendo lì, chiuso in un piccolo mezzo blindato.

E un altro quando Sauro in Africa accetta come subacqueo di partecipare al recupero di un relitto affondato. Un evento impossibile reso possibile solo dalla meravigliosa ampiezza dell’incoscienza e dalla frenesia di bruciare tutte le tappe del tempo, cogliendone in continuazione l’attimo. Qualsiasi cosa esso contenesse.

 

 

D. Che idea ti sei fatto di quell’Italia e di quegli italiani?

R. Era un’Italia ancora giovane come nazione, impulsiva, analfabeta e familista, rassegnata e fatalista, bigotta e superstiziosa, dove c’era poco da perdere perché lo si era già perso. Una Italia traumatizzata da due guerre mondiali con in mezzo un grottesco ventennio di dittatura. Sfido chiunque oggi, specie chi parla in maniera indignata di limitazione della libertà per le restrizioni(dovute al Covid) dell’orario per l’aperitivo o per l’accesso alla discoteca o al centro commerciale, a immaginare lontanamente cosa dovesse significare vivere in quei tempi. E quegli italiani in mezzo a tutto quel casino, si rimboccarono le maniche e iniziarono a immaginare, a progettare, a ricostruire. Anche sbagliando certo, ma andando avanti comunque, spesso a tentoni, facendo qualsiasi cosa, provandoci sempre, perché dopo quel periodo nulla li poteva più spaventare.

 

 

D. Cosa è rimasto di quel periodo nella società odierna?

R. Credo molto poco. Ma è una cosa del tutto naturale. Le cose cambiano ed evolvono. Ora viviamo in una società bulimica e opulenta, che ha da tempo sposato il copione dell’emotività per rispondere a tutte le sollecitazioni del mercato e delle suggestioni della politica (trasformata in prodotto di mercato anch’essa) e che ha fatto di tutto per dimenticare le proprie origini. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ne parlava già Pasolini in un famoso articolo pubblicato sul Corriere della Sera nel 1973, quando denunciò quello che definì come il nuovo totalitarismo dato dall’avvento della società dei consumi, da lui descritto come molto peggiore rispetto al precedente totalitarismo fascista. Per Pasolini tale diffusione del consumismo – determinato dal cambiamento nei modi di produzione conseguente al boom economico – aveva causato una mutazione antropologica negli italiani, la quale è un fenomeno di omologazione culturale totale e di conseguente genocidio culturale. E i risultati li vediamo tutti i giorni, basta accendere la televisione, o fare un giro per i cosiddetti social per esempio…


D. Quanto è importante per te tramandare la storia e ciò che siamo stati?

R. Per me è essenziale, ma mi rendo conto che è una considerazione che rischia di essere totalmente inattuale. Comprendere le proprie radici, il comune passato, la nostra storia e origine, aiuta a capire sé stessi nel presente, come ci si è arrivati e chi si è veramente. In definitiva ascoltarsi. Naturalmente è una operazione che rischia di essere scomoda per chi ha rimosso quelle che crede essere le proprie scomode radici. La memoria è in definitiva fondamentale per capire ciò che sta accadendo in questo momento. La memoria aiuta a migliorarci (dovrebbe) e a non farci ripetere gli stessi errori (dovrebbe).

 

D. A tuo avviso l’essere umano è in grado di imparare dal passato o preferisce far finta che non esista, rischiando di perpetrare gli stessi errori?

R. Penso di sì, ma bisogna vigilare in continuazione per far si che questo accada. Purtroppo chi è più sensibile a farlo si sta estinguendo anch’egli, oppure è attaccato da più parti come fosse un patetico pusillanime. L’uomo con il passare del tempo si è in definitiva trasformato in un aggressivo animale domestico che difende in continuazione il proprio territorio (materiale o immateriale che sia). Un animale che vive un eterno presente avendo memoria solo di ciò che gli interessa per procurarsi quello che crede essere stabilità e piacere (da sapiens a consumens). Un animale in possesso quindi di una memoria a brevissimo termine, epurata da alcune complessità. Nello stesso tempo gli errori del passato si continuano a presentare sotto altre forme. Il meccanismo è lo stesso ma cambiano le forme.

E il naufragar diventa prassi in questo mar…

 

D. Tu racconti la società attraverso varie forme artistiche. La fotografia, infatti, è un’altra delle tue attività. C’è differenza tra la narrazione per immagini e scritta?

R. Sì. Da tempo considero varie tecniche di espressione (fotografia, illustrazioni, arte concettuale) come una continuazione e un completamento della scrittura. Nel mio caso ho sempre considerato la fotografia come un serbatoio di immagini per un percorso narrativo. Ma si potrebbe dire anche il contrario; le immagini si portano dentro un serbatoio di parole e il potenziale dell’immaginazione di storie da esplorare e raccontare.

 

D. Nel leggere "Memorie di un brontosauro", correggimi se sbaglio, non si può non riscontrare nella scrittura un velato, ma non troppo, umorismo. Questo stile dinamico, leggero, quanto è importante per raccontare la realtà?

R. Direi essenziale per mettere insieme un romanzo biografico di questo tipo. Il tratto umoristico è poi per me una chiave che uso spesso per riuscire a parlare di cose gravi rendendole leggere,cercando di non fargli perdere l’importanza.

A tal proposito mi viene sempre in mente la lezione di Calvino sulla Leggerezza “la leggerezza significa il contrario della frivolezza, è amica dell’intelligenza, della competenza, della bellezza”. La leggerezza in definitiva è necessaria per guardare il mondo da un’altra ottica, con un'altra logica e altri metodi di conoscenza.

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Valeria Pomba: «La felicità esiste, ma bisogna saperla sentire nel percorso che ci avvicina a ciò che amiamo»


 Si intitola Torino Beach, il nuovo romanzo di Valeria Pomba, pubblicato da Spunto Edizioni. Incentrato sulla vita di Moreno, Viola e Ace, il romanzo ruota intorno alle loro aspirazioni e ai sogni da realizzare. Quando questi si realizzano, però, i tre si accorgono che non sempre realizzare i propri sogni significa ottenere la felicità.

Un romanzo sui sogni, quindi, ma anche sulla ricerca della felicità e sull’amicizia, in una Torino sempre più misteriosa e surreali che fornisce ai protagonisti strani fatti che li coinvolgono.

Valeria Pomba racconta a Il mio mondo espanso con sincerità tutto ciò che c’è dietro al romanzo e al suo essere scrittrice.


L'Intervista


D. Valeria,  iniziamo da una frase: “Torino sarebbe un città più felice se avesse il mare”.  Queste parole si leggono nella quarta di copertina e in qualche modo danno, un’idea di quanto si respirerà durante la lettura di Torino beach.  Prima di chiederti da cosa nasce questa riflessione, ci spieghi come nasce il romanzo?

R. Ho iniziato a scrivere questo romanzo sei anni dopo aver iniziato a pensare alla sua trama, in un momento in cui ho sentito l’esigenza di scrivere di nuovo. Dopo il primo romanzo, La vita di mezzo, pubblicato nel 2014, ho scritto testi per il teatro, racconti, ma l’idea di affrontare nuovamente una storia lunga mi spaventava, sentivo di non potergli dedicare abbastanza tempo e concentrazione. Poi, anche grazie al consiglio di quello che sarebbe stato il futuro editore del libro, ho per iniziato a scrivere. Certe cose attendono solo che arrivi il momento giusto per accadere.


D. E la riflessione da cosa è scaturita?

R. Dalla mia personale convinzione che Torino, città che amo e in cui sono cresciuta, unica e bellissima da molti punti di vista, sarebbe più felice se si affacciasse sul mare. Darebbe a noi torinesi un carattere più aperto, leggero, solare, poter avere il mare a due passi, poter passeggiare sul bagnasciuga, liberandosi per un attimo dai brutti pensieri. Certo, è un sogno irrealizzabile: così è nata l’idea di provare almeno a immaginare tutto questo in una storia, che è poi diventata Torinobeach.



D. Nel romanzo parli di come ci affanniamo a realizzare i nostri desideri, ma, una volta avverati, ci rendiamo conto che non sono motivo della felicità. Siamo,quindi, destinati a rincorrere una felicità che non arriverà mai oppure a cercarla nelle cose sbagliate?

R. La felicità esiste, ma bisogna saperla sentire e apprezzare nel percorso che ci avvicina alle cose che amiamo, lungo la strada che ci porta ai progetti che vogliamo realizzare. A mio parere non è un punto d’arrivo, è un momento da cogliere quando capita. Dipende da noi ma anche dalla fortuna, e nel romanzo i personaggi lo sperimentano in prima persona.


D. I protagonisti sono tre amici e l’amicizia è un tema fondamentale di tutto il tuo romanzo. Cosa significa per te l’amicizia?

R. Sì, l’amicizia è un argomento importante del libro, che evolve insieme ai personaggi. Ho voluto parlarne in tutti i suoi aspetti, anche quelli meno positivi, perché penso sia un sentimento fondamentale per ogni essere umano, ma complesso da gestire quanto l’amore.


D. Ti è mai capitato di ricevere una delusione da un’amicizia?  E se sì, come l’hai affrontata?

R. Tante volte, specialmente da ragazzina. Crescendo sono diventata forse più diffidente in generale verso le persone, ma va bene così: ho un cerchio di amicizie molto ristretto ma prezioso.



D. Torniamo al tuo romanzo, Torino è la cornice su cui si muovono i tuoi personaggi. Il capoluogo piemontese si presta da sempre a storia malinconiche e dai colori tenui, proprio per la sua atmosfera. Se dovessi descrivere Torino, qual è il primo pensiero che ti viene in mente?

R. È una città per chi sa vedere oltre la superficie delle cose.


D. Qual è stato il passaggio più difficile emotivamente da scrivere del romanzo?

R. La parte in cui muore uno dei personaggi. Non svelo troppo per non togliere la sorpresa a chi non ha ancora letto il libro, ma posso dire che è stato difficile cercare di descrivere le sensazioni che accompagnano un momento così delicato. Ma anche questo fa parte della vita: Torinobeach è un libro che alterna leggerezza e profondità, come accade nel vissuto reale di tutti noi. Sta a noi scegliere quale atteggiamento far prevalere.


D. Quando lo hai completato, cosa hai fatto per “liberarti” dalle sensazioni che ti ha generato?

R. Ho chiuso il PC e sono uscita a fare una passeggiata. Era un pomeriggio d’autunno, come ora, e ricordo quel senso di compimento che provavo, un misto di gioia e malinconia, come ogni cosa quando si conclude.


D. Cosa speri rimanga di Torino beach al lettore?

R. Il messaggio di credere nel proprio talento e nei propri sogni, consapevoli che la strada non è tutta in discesa. Ma vale la pena percorrerla. 

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