"Anche se per noi omosessuali sembra che le cose siano più difficili, è proprio questa difficoltà che deve darci lo sprint per lottare" - Intervista allo scrittore Vincenzo Restivo

A cura di Francesco Sansone
Grafica di Giovanni Trapani
In queste settimane Il mondo espanso dei romanzi gay vi ha parlato ‘L’abitudine del coleottero’, ‘Il
tempo caldo delle mosche’ e ‘Quando le cavallette vennero in città’ tre romanzi di formazione scritti dal giovane scrittore casertano Vincenzo Restivo. Tre opere che ho apprezzato molto come ho fatto con il loro autore quando ho avuto modo di conoscerlo meglio realizzando l’intervista che segue. Parlare di Restivo solamente come scrittore, però, è riduttivo. Vincenzo è anche Mediatore linguistico e culturaleregista del cortometraggio ‘Yeux de Sorciére’, presentato al concorso ‘Les petits lumiere’, e attivista presso l’associazione LGBT ‘RAIN’ di Caserta. Ma ciò che mi ha colpito maggiormente di lui è stata la sua personalità. Nonostante un’adolescenza segnata dal bullismo omofobo, non solo ha saputo affrontarla con una forza che non sempre tutti hanno, ma ha saputo sfruttarla per metterla al servizio degli altri attraverso la scrittura e tutte le sue attività. Il suo modo per dire a quei ragazzi che ancora oggi sono vittime della più ignobile forma di odio, che, nonostante tutto, la vita va vissuta e che niente e nessuno deve spingerli a porvi fine.
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Vincenzo, in queste settimane abbiamo parlato dei tuoi tre romanzi di formazione e quindi vorrei iniziare chiedendoti di  tracciare un  quadro  generale delle fasi lavorative dei tre libri. In cosa sono state simili e in cosa si sono distinte?
Ok... cominciamo bene (ride, ndb). L'intenzione è sempre stata quella di toccare tematiche che avevano a che vedere con l'universo LGBT e le sue mille sfaccettature. In aggiunta a ciò c'è inevitabilmente la componente autobiografica che più o meno, compare in tutte e tre le opere. L'abitudine del coleottero è stato pubblicato nel 2013 dalla Watson edizioni, ma allora non sapevo che ci sarebbe stato un secondo e anche un terzo libro. Ero già felice così. Tuttavia il libro andò più che bene e fu accolto con commenti positivi non solo dal mondo LGBT, per questo mi sono detto che fosse giusto cimentarmi e dar voce ad altri personaggi, ad altre storie che avevano altro da dire. L'abitudine del coleottero tratta di famiglie lgbt, Quando le cavallette vennero in città affronta invece il discorso scomodo degli abusi sessuali da parte di uomini di chiesa, Il tempo caldo delle mosche invece è più introspettivo, sfiora l'orrore, ma è sempre un orrore quotidiano, come quello della presenza di un padre violento e padrone.

Tre temi per nulla semplici, ma tu li hai saputi trattare con delicatezza. Ma cosa ti ha spinto a sceglierli?
Sicuramente un passato personale segnato da episodi di omofobia. Vivo in un paese di provincia e quando vivi nella provincia, spesso i panni sporchi non è detto che vengano necessariamente puliti in famiglia. Ci si conosce un po' tutti e un omosessuale deve fare i conti con tutto quello che concerne il "non dire", "il non rivelarsi", per evitare che "la gente parli". Ci si preoccupa troppo del giudizio degli altri, nelle piccole realtà provinciali. E sedici anni fa la situazione era ancora peggio. Di amici ne avevo pochi o non ne avevo affatto. La scrittura e i libri si può dire, mi abbiamo dato quell'amor proprio che mi mancava e col tempo, le parole scritte e quelle lette, sono diventate le mie amiche. E ora sono qui. Sono gay e orgoglioso di esserlo.

Ora sei orgoglioso, ma cosa hai dovuto subire prima di poter vivere serenamente la tua omosessualità?
Come ti dicevo, la mia adolescenza non è stata affatto un gioco da ragazzi. Ho capito che la parola "Ricchione" è l'insulto più spregevole che possano mai farti, specialmente se accompagnato col gesto del dito, a stuzzicare il lobo dell'orecchio. Ho capito che "Ricchione" non sta solo per "frocio di merda", ma ha che fare con altri tipi di pragmatismi. Ha diversi substrati di significato che riguardano: il preferire l'italiano al dialetto, il preferire un libro a una partita di calcetto, il cercare di risolvere le diatribe con la perseveranza della parola giusta invece che con violenza fisica e verbale. Io ero “Ricchione” perché ero tutte queste cose. Ancora oggi risentire quest'offesa mi fa un certo effetto.

Beh, purtroppo ancora oggi le cose non sono cambiate e molti ragazzi soffrono per questo tipo di insulti. Deduco, quindi, che la scelta del genere di formazione è il tuo modo per dire ai lettori, magari proprio a quei giovani vittime di omofobia, che, nonostante le batoste, la vita vale la pena di essere vissuta, giusto?
Giustissimo, Francesco. È proprio questo il punto. La vita vale la pena di essere vissuta. E anche se per noi omosessuali ancora oggi, sembra che le cose siano più difficili (sia per una questione di mancanza di diritti che per problemi di inclusione), è proprio questa difficoltà che deve darci lo sprint necessario per lottare affinché le cose cambino. Oggi sono socio e consigliere dell'associazione RAIN LGBT casertana e tutti i giorni il nostro obiettivo è il riuscire a indottrinare una realtà ancora fin troppo ottusa e chiusa alle problematiche delle minoranze sessuali. Ma ti assicuro che le soddisfazioni personali sono tante.
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Posso capire la tua soddisfazione. Se con quello che si fa, si riesce a far cambiare idea o aiutare anche solo una persona, bisogna essere contenti.
Torniamo, però, ai tuoi lavori. Tre romanzi e tutti con protagonisti giovani a cui  hai affidato qualcosa di autobiografico. Cosa c’è di te in Vincent, Martin e Andy?
Come ti ho accennato in precedenza, ognuno ha qualcosa di me, chi più chi meno. Mi riferisco a pezzi di ricordi, qualche aneddoto, la descrizione fisica, la personalità. Vincent de L’abitudine del coleottero e Martin di Il tempo Caldo delle Mosche, sono entrambi l'adolescente che ero, magro e debole, completamente preso dalle mie paranoie e la paura di diventare grande. Anche il desiderio sessuale, come in Vincent e Martin, per me era il campanello d'allarme che qualcosa inevitabilmente stava per finire. Ma la paura del cambiamento non mi appartiene più. Ora sono Andy di Quando le cavallette vennero in città, che non ha più paura di dire le cose come stanno, che andrebbe fin in capo al mondo per avere le sue risposte. Ma come Andy ho ancora dei traumi inevitabili che mi porto appresso e che, sono consapevole, mi accompagneranno per sempre. Certe ferite non vanno mai via, diventano parte di te, segni indelebili sul corpo a dimostrazione di quello che si è stati e di quello che si sarà.

Da come parli, sembra che tu conviva benissimo con questi segni, anzi. Ho l'impressione che in qualche modo tu sia grato di aver vissuto certe fasi della tua vita. È così?
È così. I segni, belli o brutti che siano, sono la cartina geografica del tuo corpo. Indicano le strade che hai percorso, i torrenti dove sei inciampato, le montagne che hai scalato, le vette che hai raggiunto, i boschi dove ti sei perso e poi ritrovato. Abbiamo bisogno dei nostri segni. Quei segni siamo noi.
Io dico sempre che la vita va vissuta con le gioie e con i dolori. Solo così si può dire di aver vissuto una vita con la V maiuscola. E quindi non posso che pensarla come te.

Parliamo di donne.  Nei tuoi romanzi la figura della donna è centrale. A lei hai affidato il compito di custodire la verità di quei segreti che, in qualche modo, condizioneranno per sempre la vita dei protagonisti. Anche questa importanza è qualcosa legata alla sfera autobiografica?
Ho sempre vissuto in mezzo alle donne. Mia madre, mia zia e mia nonna sono state le figure di riferimento che mi hanno sempre accompagnato durante gli anni più importanti della mia vita. Da mamma ho imparato il gusto per l'avventura, da nonna la pazienza dell'attesa, da mia zia, la buona cucina e la vita mondana. E sono arrivato alla concezione che le donne sono più forti di noi. Più caparbie, più tenaci. Sono il vero sesso forte.

E come darti torto. Anche io sono cresciuto in mezzo alle donne e grazie a loro ho avuto modo di avere una visione più ampia della vita. Una fra tutte la capacità di far quadrare i conti anche quando è quasi impossibile.
Confesso che continuerei a parlare con te per ore perché è davvero un piacere ascoltarti, ma siamo arrivati all’ultima domanda.  In questi giorni, mentre ci sentivamo per organizzare il tutto, mi hai detto che i libri non sono di chi li scrive, ma di chi li legge. Ti chiedo: da scrittore cosa speri arrivi dei tuoi romanzi  al lettore?
Da scrittore spero sempre che arrivi tutto. Che arrivi tutta la mia intenzione. Ma so anche che nei libri ognuno alla fine, ci deve un po' quello che vuole. E la visione cambia a secondo del periodo di vita in cui leggi un libro. La percezione è condizionata dall'età, dalle esperienze vissute fin a quel momento, dalle aspettative e da tanti altri fattori. Tuttavia, spero che arrivi almeno il cinquanta percento della mia intenzione. Spero che arrivi la denuncia sociale di fondo, spero che arrivi il grido di ribellione agli standard imposti da una massa ancora troppo totalitarista e, infine, spero che arrivino le storie dei protagonisti e che un po' tutti, i un modo o nell'altro, in loro si identifichino.

Beh, fartelo dire da uno che li ha letti: sei riuscito a trasmettere tutto quanto, e non lo dico perché stiamo parlando, ma perché è la verità.
E questo non può far altro che riempirmi di orgoglio e motivazione (sorride imbarazzato, ndb)

E fai bene a esserlo. Hai creato davvero tre piccoli gioielli e ti auguro di continuare così.
Io ce la metto tutta. Con la speranza di incontrare, lungo il mio cammino, sempre più lettori in gamba.