Le Interviste - Luigi Romolo Carrino Esclusiva

Prologo
Si conclude questa maratona dedicata allo scrittore napoletano e per quest'ultimo appuntamento vi propongo un'intervista che ho fatto proprio a Luigi Romolo Carrino, che ringrazio per la sua disponibilità e per la schiettezza con cui ha  risposto alle mie domande. Vi lascio dunque alle sue parole e vi auguro una buona domenica.
Francesco Sansone

Le Interviste
Luigi Romolo Carrino
Esclusiva


Nella foto Luigi Romolo Carrino


Acqua Storta, uscito nel 2008, è il tuo primo romanzo, ma gli appassionati di letteratura hanno avuto modo di conoscere la tua scrittura tramite il libro in versi Tempo Santo - Liturgia della Memoria e tramite Ricordo di Famiglia opera di genere giallo – thriller scritta per il teatro. Come nasce Acqua Storta?
   Dall’esigenza di raccontare una storia d’amore dove – si crede – l’amore non ci sia. Una storia complicata, avversata, omosessuale ma non solo. Una storia d’amore tra due uomini, tra un padre boss e il suo degno erede, tra questo erede e sua moglie. Questo romanzo nasce da un paio di episodi, più o meno realmente accaduti. Uno di questi proprio nei pressi del paese, in provincia di Napoli, dove vive una parte della mia famiglia.

Il tuo romanzo, ambientato a Napoli, è raccontato in prima persona da Giovanni, figlio di un boss, che non spicca certo per intelligenza, anzi è proprio un personaggio negativo sotto tutti gli aspetti, però in qualche modo diventa positivo agli occhi del lettore per la sua battaglia interiore data da un’omosessualità tenuta a bada o quanto meno nascosta. Non è da tutti affidare ad un personaggio come Giovanni l’intera narrazione di un romanzo, tu invece lo hai fatto rischiando non poco. Ti sei pentito di questa scelta?
   Scherzi? Non esistono cose solo negative o solo positive. La famosa dicotomia buono-cattivo, con personaggi bidimensionali tipici del noir (o finto tale) nostrano, non mi interessa. Giovanni sarà pure un camorrista (e ti prego di credermi: non sai quanto odio questo personaggio), ma i sentimenti, la ferita narcisistica, il turbamento dell’amore, è per tutti uguale, buoni e cattivi (per dirla spiccia). In un mondo fatto di omertà, di omicidi, di interessi economici, di sotterfugi e inganni (praticamente, non solo il mondo della camorra ma anche la società cosiddetta ‘normale’, non trovi?) Giovanni cerca come può, con il solo modo che conosce, di essere, di tentare almeno di essere, autentico. Secondo me, ci riesce.

A certo, ormai la linea di confine tra la cosiddetta società normale e quella cosiddetta anormale è proprio sottile. Proprio per questo ti vorrei chiedere cosa pensi di tutto quello che sta attraversando il Paese. Viviamo davvero in uno Stato in cui la meritocrazia non è applicata per agevolare amici di figli di padri di oppure è solo un luogo comune come lo vogliono fare intendere? E se è davvero così, anche nell’editoria funziona in questa maniera?
   La verità, tutta la verità, è che viviamo nella merda. L'altra verità, è che ci piace vivere in questo liquame. Sì, non importa a nessuno chi sei, cosa hai fatto, cosa hai studiato, quanto vali. Quello che conta è come arrivi, che è importante ma il mondo non si evolve col paradigma del chi sculetta meglio, del chi scopa meglio e con chi, del chi conosco e di chi sono figlio. Un periodo davvero buio, questo, perché è sparita la rabbia dagli occhi degli italiani, c'è rassegnazione, menefreghismo, e le cose che li uniscono sono il calcio, la feste dell'Unità d'Italia, e quando devono mandare l'euro per qualche terremoto, catastrofe naturale in genere, quando devono mostrare la loro carità.

Sei nato a Napoli, ma dal 1997 vivi a Roma. Cosa ti manca della tua città natale e cosa invece non rimpiangi?
   Nulla. Io a Napoli ci vado spessissimo, e ci resto fino a quando non faccio il pieno. Poi torno a Roma, o vado a Sassari (dove ho una casa da qualche anno). Napoli è come una madre: ti manca sempre, ma a volte capisci che devi starne lontano se vuoi crescere. Talvolta anche solo per sopravvivere.

Tornando a parlare di scrittura, sei stato anche uno degli scrittori che hanno dato corpo a “Men on men 5” con i racconti brevi “Lorelai dei girasoli” e “Blank” (che personalmente ho apprezzato molto, anzi di più). Come è nata questa collaborazione con il curatore Daniele Scalise?
   In realtà è stato lui a cercarmi. Aveva letto due miei racconti su iQuindici (uno era proprio Lorelai dei girasoli). Contattò la redazione che poi, a sua volta, contattò me. Diciamo che la spinta a scrivere narrativa me l’ha data proprio l’opportunità che mi ha offerto Scalise. Prendetevela con lui. Poi il personaggio di Lorelai, come sai, l’ho ripreso in Acqua Storta dove racconto il motivo della sua morte, cosa che invece non avevo fatto nel racconto.

Il tema della transessualità affrontato in "Lorelai dei girasoli" lo riprendi anche nel tuo secondo romanzo, uscito nel 2009 per Meridiano Zero, "Pozzoromolo" dove protagonista è proprio una giovane transessuale, Gioia, che, rinchiusa in un manicomio criminale, scrive le sue giornate in un vecchio computer. C’è qualche persona reale che ti ha ispirato la creazione di queste due protagoniste?
   Ovviamente sì. Uno scrittore è anche un osservatore. Non si può pensare che si attinga alla propria biografia per scrivere. Si attinge sempre alla propria biografia per trasformare quello che si osserva dalla realtà, quello che si racconta. Dico questo perché in Pozzo c’è molta roba che mi riguarda direttamente. Ritengo che Pozzo sia il libro migliore che io abbia fatto, e forse anche il migliore di tutti quelli che scriverò (se li scriverò). Naturalmente, tra le cose di narrativa che ho scritto è quello che ha venduto di meno (per dire: l’autore non è sempre il massimo per giudicare il suo stesso lavoro)

Da osservatore quale sei, cosa ti colpisce maggiormente nella gente o, in generale, nel mondo che ti circonda?
   Solitamente mi impressiona molto la facilità con la quale si accettano nefandazze di ogni tipo, giustificandole con comodi principi, politici o sociali o religiosi, tutti principi prêt-à-porter. Una delle cose, per farti un esempio, che mi fa schifo è il fatto di buttare fuori la gente dal Grande Fratello perché bestemmia. Posso capire, certo. Il primo comandamento lo dice, non nominare il nome di dio invano (io sono ateo, a scanso di equivoci, ma rispetto chi ha fede). Poi chissà perché, invece, quando si vìola nello stesso contesto il nono comandamento (non desiderare la donna d'altri), lo si accetta di buon grado e senza rimorso alcuno, e anche perché fa audience). Un po' comodo, no?
   Poi ci sono anche cose belle che mi affascinano. La trepidazione che c'è negli occhi di un ragazzo adolescente quando lo vedi sul muretto con la sua prima ragazza. La dignità di una donna di settant'anni che attraversa la strada con la sua busta della spesa. L'intelligenza di certi bambini, più avanti anche dei loro stessi genitori. La temperanza del meccanico che abita al piano di sotto al mio, che si alza tutte le mattine, indossa la sua tuta blu e lavora 50 ore a settimana per meno di mille euro al mese.

Quando hai capito che la scrittura era fondamentale per te?
   Da che io ricordi, ho sempre scritto. A un certo punto della mia vita, l’anno scorso, ho deciso di lasciare il mio remuneratissimo lavoro di informatico (un pazzo io, lo so) per dedicarmi solo alla scrittura. Non so ancora se ho fatto la scelta giusta. Vedremo cosa mi dirà il tempo. Una cosa è certa: per me si tratta di qualcosa che ha a che fare con l’urgenza fisica. Il fatto di aver scelto, almeno per ora, solo la scrittura è perché non riuscivo più a conciliare due lavori così impegnativi.

Che importanza ha avuto la lettura nella tua vita e a quale libro sei legato maggiormente e perché?
   Saper scrivere è una possibilità, ci riescono un po’ tutti quelli che affrontano la scrittura in modo non dilettantisco. C’è chi scrive meglio, chi scrive peggio, chi ha belle idee, chi non ce l’ha… Saper leggere, invece, è un dono. La scelta delle letture diventa fondamentale per la propria formazione. E se fai lo scrittore, leggere monnezza può devastarti per sempre. I libri che mi hanno formato, ai quali sono legato per un motivo o per l’altro, sono davvero tanti, e in ogni età ne ho amato qualcuno oltre l’impossibile. A 21 anni mi innamorai de Il profumo di Sueskind. A 19 ero pazzo di Elsa Morante, lessi tutto di lei. A 16 leggevo Herman Hesse, che oggi trovo insopportabile. A 25 mi misi in ginocchio al cospetto di Proust. A 33 c’è stata la Trilogia della città di K. della Kristof a fulminarmi… Tanti, ma tanti davvero. E poi i poeti: Dickinson, Pascoli, Campana, Keats, Sachs, Gualtieri, Ungaretti… E poi Albee, Shakespeare, Pinter… Vabbè, dai. Sono tantissimi.

Concordo in pieno con quanto dici, ma quando sostieni “leggere monnezza può devastarti per sempre”, mi spingi a farti la seguente domanda: Cosa è per te monnezza?
   La mancanza di amore. La gente non ama più. Si accomoda in situazioni che si ritrova davanti, si adegua. La mancanza di indignazione. La mancanza di una spinta per essere migliori. I santini nella case, le preghiere di fedeli, e non si 'rispetta' niente di quello che si dice, che si professa. Nella politica. Nella vita di tutti i giorni. La monnezza è dire una cosa e poi farne un'altra. Basta un niente per essere felici, basta vivere come le cose che dici (citando "Canzone per Alda Merini" di Vecchioni). La monnezza è questo: prenderci e prendersi per il culo continuamente, professando apparenza al posto della sostanza, non vedendoci davvero per come siamo, facendo danni infiniti alla società, al diritto umano di essere quello che si è. Danneggiando la vita. Scrivere, e leggere, è pressoché poi la stessa cosa. Leggere la maggior parte degli autori italiani contemporanei danneggia la vita, ossia la scrittura.

Hai avuto difficoltà a pubblicare i tuoi lavori?
   No, non direi. Forse, paradossalmente, ho maggiori difficoltà adesso. Mi spiego: gli editori tendono a propormi di lavorare a loro progetti, che spesso non sono i miei e dei quali non mi interesse una mazza. O anche perché mi è difficile che io lavori a comando. Sono poco mesteriante. Ho ancora molto da imparare, anche da questo punto di vista.

Che consigli daresti ai giovani scrittori che vorrebbero pubblicare le proprie opere?
   Leggere. Molto. Leggere e leggere. E quando si è certi di aver scritto qualcosa di buono, contattate qualche scrittore che stimate e mandategli quello che avete prodotto. Vi aiuterà. Oggi gli scrittori, per la maggior parte, sono su Facebook. E molti non si mettono sul piedistallo. Si mettono a disposizione con consigli, anche magari proponendo, se piace, il manoscritto a case editrici con le quali sono in contatto.

Un ultimo consiglio: diffidate di tutto ciò che ha a che vedere con l’editoria a pagamento.

F.S.