Le Interviste - Stefano Paolo Giussani Esclusiva


 

Prologo
Si conclude oggi il week end dedicato a Stefano Paolo Giussani. Nell'intervista che segue si parlerà del suo romanzo L'ultima onda del laga, ma anche dei fatti avvenuti durante la seconda guerra mondiale e anche della condizione attuale del nostro paese in merito ai diritti civili.
Francesco Sansone

Le Interviste
Stefano Paolo Giussani
Esclusiva

Nella foto: Stefano Paolo Giussani



L’ultima onda del lago è il tuo romanzo di debutto ed è incentrato negli anni della seconda guerra mondiale. Protagonista sono una ragazza ebrea e un ragazzo omosessuale che, per motivi differenti, cercano la via di fuga per la libertà. Come hai deciso di affrontare questo tema?
Mi ha sempre incuriosito il comportamento umano sotto le diverse pressioni ambientali. Il giogo nazista rappresenta forse nella storia il "male assoluto" e per questo ho deciso di unire certi destini nel denominatore comune della fuga da una Milano ingrigita dalle truppe di occupazione e dai bombardamenti. Poco importa se cerchi di reagire perché sei ebreo, gay o partigiano, è il meccanismo della reazione che mi affascina. La volontà del non subire arriva all'estremo di una battaglia che diventa intima nei pensieri dei miei tre fuggiaschi che diventano a tutti gli effetti una famiglia, a prescindere da religione, orientamento sessuale e handicap fisico.

Quanto ha influito la tua attività di giornalista nella sua stesura?
Sono un giornalista del settore geografico e questo si legge molto, forse troppo, nelle descrizioni dei paesaggi e delle reazioni dei protagonisti di fronte ad ambienti che in periodi non bellici sarebbero dei paradisi in terra, come le zone dei laghi lombardi. 

 

Per il tuo lavoro di giornalista sei obbligato a tenerti aggiornato su quello che accade nella nostra società. Proprio per questo vorrei chiederti cosa pensi dell’incapacità di questo paese ad adeguarsi agli altri stati europei sulla questione dei diritti civili.
L'Italia è un recipiente pieno, traboccante di cultura e tradizioni. Purtroppo, nei recipienti pieni c'è spesso poco spazio per nuovo liquido. Spiace dirlo, ma la nostra tradizione è anche quella del tacere certe cose o del lasciarle andare purché non disturbino lo status quo. Purtroppo questo si manifesta anche nel non accettare la possibilità che qualcosa di diverso possa essere un valore aggiunto e non sia in accezione negativa solo perché non rappresenta la normalità  intesa come adeguarsi alla maggioranza. Non è solo un problema di diritti civili dei gay, ma anche di diritti negati a chi fa parte della società e vi contribuisce attivamente e nonostante tutto non vede riconosciuto il proprio impegno. Inevitabilmente, questo ci porta ad essere un paese di serie B. L'imbarazzo aumenta quando una minuta rappresentanza bipartisan che invece appoggia il riconoscimento dei diritti non trova in nessun modo l'appoggio della maggioranza degli organi di rappresentanza legislativa. Non è grave solo che le affermazioni deliranti di un parlamentare siano riportate ovunque, è anche grave che nessuno (o pochissimi) si alzino in piedi per smentire categoricamente affermazioni fondate su ignoranza e pregiudizio.

Immagino che per la scrittura del tuo romanzo ti sia documentato accuratamente e immagino che avrai scoperto notizie di vario tipo. Quale scoperta ti ha maggiormente colpito e perché?
Mi hanno colpito più di tutto le iniziative di solidarietà della gente comune e, al contrario, l'accanimento di qualcuno che si arricchiva vendendo informazioni che sarebbero costate la vita di uomini, donne e bambini.

Tornando al tuo romanzo, credo che L’ultima onda del lago sia il primo romanzo italiano che assieme contenga le diverse realtà della deportazione:  religione, handicap e omosessualità. In questo modo poni l’attenzione a due tipologie di vittime dimenticate nel corso dei secoli. Secondo te perché a parte gli ebrei, la storia sembra aver dimenticato le altre vittime?
La vedo come una questione di numeri. Ė innegabile che degli oltre 6 milioni di individui sterminati nei campi la maggioranza fosse ebrea. Per questo si tende a raccontare la shoah della comunità maggiormente colpita. Sarebbe un errore grave, però, se in ogni occasione ci limitassimo a privilegiare le quantità e non anche le qualità, intese come variazione dall'essere ebrei. Citando Levi, se spiegare è impossibile, ricordare è un dovere. Poi ognuno è libero di orientare il ricordo nella direzione e nella forma in cui crede di più. I giusti, probabilmente, tenderanno a fissare nella memoria tutti quanti furono colpiti da un regime che ancora oggi sembra pazzesco che possa essere esistito. Ancora più pazzesco sembra poi che in molti abbiano taciuto e ancora qualcuno neghi. Ė proprio per questi che dobbiamo fare di tutto per non dimenticare e non dimenticare nessuno.

Intervista: Francesco Sansone