INTERVISTA - Marco Antonio D'Aiutolo: "Dobbiamo stare attenti a non essere noi i responsabili del ritorno a uno stato reazionario e repressivo."

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A cura di Francesco Sansone
Grafica di Giovanni Trapani
Ieri vi ho parlato di La coscienza di un carusu, il primo romanzo della saga Mani di Mandarino di
Marco Antonio D'aiutolo, pubblicato da Milena Edizioni. Oggi vi propongo l'intervista che lo scrittore e filosofo ha rilasciato a Il mondo espanso dei  romanzi gay, in cui non solo si parlerà del romanzo ma si traccerà un'analisi sull'omosessualità, o meglio sulla questione omosessuale italiana e non. Un'intervista che vi consiglio di leggere fino alla fine e da cui farvi coinvolgere e lasciarvi spingere ad alcune considerazioni. 

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D. Come nasce Mani di Mandarino e l’idea di rendere la storia una saga in più volumi?
R. Durante i miei studi universitari filosofici, ho frequentato un corso tenuto dal prof. Francesco Gnerre, autore di Eroe negato, in cui si parla della letteratura omosessuale nel Novecento italiano. Il corso era intitolato Studi culturali e studi gay. In quell'occasione venni a conoscenza de La città e l'isola - Omosessuali al confino nell'Italia fascista, uno studio di Tommaso Giartosio e Gianfranco Goretti. Documentava, appunto, gli arresti degli omosessuali di Catania e la condanna al confino di polizia, avvenuti nel 1939, in pieno regime fascista. Non mi ha colpito solo il triste avvenimento in sé, quanto la vita clandestina degli arrestati, ben documentata e con tanto di esperienze da parte di alcuni testimoni diretti. 
In tutta l'Italia, ci furono arresti di omosessuali, ma non fu mai raggiunto il numero della città etnea, credo intorno a una cinquantina, tutti pederasta passivi, e dovuto all'eccesso di zelo del questore di allora, Alfonso Molina. Ciò ha permesso agli storici di descrivere le identità dei protagonisti: in siciliano “arrusi”, coloro che, appunto, ricoprivano un ruolo sessuale pari alle donne; quindi il modo in cui vivevano, come percepivano la loro sessualità, i luoghi in cui si incontravano e come... amavano. Sì, perché tra questi e i cosiddetti “masculi”, coloro che invece erano attivi sessualmente, culturalmente e politicamente, nascevano anche degli amori, che duravano almeno fino al matrimonio di questi ultimi. Insomma, questo mondo nascosto, e tutto il mondo e la cultura siciliana mi hanno affascinato. E da cosa nasce cosa. Di qui, il desiderio di scrivere un romanzo.
In seguito, la vastità di informazioni che favorivano la mia inventiva, il rapporto continuo tra fatti storici e fiction, gli sviluppi e la complessità delle storie che lentamente venivano a galla e che gravitavano intorno al protagonista, il carusu, il ragazzino, Gabriele Di Mauro (frutto della mia fantasia), mi hanno spinto a creare altri libri. Anzi, le storie stesse sono straripate, hanno preso il sopravvento anche su di me ed è nata una vera e propria saga.  

D. Abbiamo detto che il romanzo è ambientato nella Catania fascista. Durante la fase di ricerca e documentazione, che cosa ti ha sconvolto maggiormente?
R. Un mondo così diverso nel tempo e nello spazio dal nostro, dagli omosessuali di oggi, ma nel contempo anche così vicino, di cui ne portiamo ancora i segni. Anche se i nostri antenati degli anni '30, non sono di fatto i nostri nonni, possiamo dire però che sono i nostri “padri” (tipo i padri fondatori costituzionali) e che noi  apparteniamo a una vera e propria comunità storica. Possediamo una storia, oltre a una letteratura, un'arte e un ethos. Non siamo poveri diavoli, sparpagliati in un mondo che continua a esserci ostile, che continua ad avere, a livello istituzionale e, molto spesso, purtroppo anche a livello domestico, nelle nostre stesse case, un questore Molina di turno. Questo ha sconvolto il mio modo di vedere l'omosessualità, la mia stessa omosessualità.
Ma c'è anche un altro aspetto che mi ha sconvolto in quanto filosofo e studioso di morale: il fatto storico e concreto cioè che sia stata proprio la repressione paradossalmente a far venire a galla queste vite clandestine, che forse non avremmo mai conosciuto. Inoltre, il bisogno del questore di giustificare i mandati, gli arresti, le proposte di confino di queste persone, di per sé innocenti, lo ha condotto a costruirne una vera e propria carta di identità: “l'identità dell'omosessuale”, cioè identificarli in qualche modo, e come oltraggi alla morale pubblica e del pudore.
Potrebbe essere un fatto negativo, ma possiamo anche leggervi un aspetto rivendicativo. Come dicevo, gli arrusi si sentivano femmine, inserendosi nello schema dominante “maschio-femmina”. Il questore, per identificarli come immorali, li ha come strappati da questo schema. Per lui non erano né carne, né pesce, né femmine, né tanto meno maschi. Così facendo però ha creato una sorta di terzietà: una terza identità distinta dalle altre due.
In qualche modo, quindi, è stata la repressione a generare quello che, alcuni filosofi, chiamano il “resto”, ciò che non si lascia ridurre al sistema. Un po' come dire che, nel momento in cui la società ha creato lo stereotipo del maschio virile, ha generato anche quello contrario, il non-virile, e con gli stessi elementi vessati, scartati, tipici di chi non riesce a rientrare nella visione dominante di uomo... di come “deve essere l'uomo perfetto”.    
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D. Nel romanzo il protagonista, Gabriele, affronta la presa di coscienza della propria sessualità. Un percorso che descrivi con una tale delicatezza e con la giusta complessità, soprattutto se si considera il periodo storico. Di anni ne sono passati tanti, ma ancora adesso per molti ragazzi accettarsi gay è un problema. Credi sia per quel retaggio culturale nato con il fascismo e che ci portiamo dietro ancora oggi?
R. Sì e no. É stata la cultura precedente al fascismo o ai fascismi, in particolare quella europeo-occidentale, ha generato l'ideale del maschio virile, di cui ho fatto cenno. Di sicuro già in età greco-romana, come osserva la studiosa Eva Catarella, in Secondo natura - La bisessualità nel mondo antico. Ma, quella visione viene ripresa ed esasperata nel corso del Seicento-Settecento, con la nascita della borghesia inglese e tedesca e con il solidificarsi delle nazioni e dei conseguenti nazionalismi. Per darsi un'identità forte, la borghesia concepisce e assume l'idea di uomo e di donna rispettabili, distinti e non confusi: uomo-maschio capace di autocontrollo, femmina-donna relegata nell'ambito domestico, come moglie-madre. Tutto ciò che non vi rientrava era brutto e cattivo, soggetto a ingiurie e anche medicalizzato: omosessuali, lesbiche, la donna mascolina, l'androgino, ebrei, briganti, ecc.
Ne ha parlato lo storico George Mosse in Sessualità e nazionalismo. Mentre, sul versante italiano, secondo il giovane storico Lorenzo Benadusi, il processo si è avviato con l'unificazione degli Stati peninsulari sotto un unico regno: “Fatta l'Italia, facciamo gli italiani”. Quindi l'italiano maschio e virile. 
Ovviamente queste parole sono state riprese da Mussolini. E infatti, sia Mosse che Benadusi sostengono che i progetti totalitari del nazi-fascismo, quello che si è tradotto in regime (in Italia, Germania e mettiamoci anche la Spagna), e il fascismo che è rimasto un movimento (per esempio in Francia), non sono che il climax di ciò che era in corso già da prima. Di qui, l'atteggiamento repressivo nei riguardi di chi virile non era. E indovina un po'? Gli omosessuali. Infatti, è significativo il titolo che Benadusi da' al suo libro: Il nemico dell'uomo nuovo: l'omosessualità nell'esperimento totalitario fascista. Certo, il retaggio culturale che portiamo ancora oggi addosso, anche inconsciamente, come piccolo mostriciattolo interiore, persino per chi difende i diritti, è di influenza fascista, ma ha una vita lunga quanto la storia. 

D. In senso più generico la comunità LGBT può ritenersi accettata dalla società odierna o ancora ha molta strada da fare?
R. Sai bene che dinanzi a questa domanda io riscontro sempre un po' di difficoltà, a esprimere il mio punto di vista. 
Pur limitandomi all'Italia, non farò un discorso politico. Ovviamente ritengo che, rispetto all'epoca pre-fascista, al fascismo e quella successiva, molta strada si è fatta, molta ancora se ne dovrà fare. Ma soprattutto, bisogna stare allerta, perché il passato può sempre ripetersi, come in ogni cosa e soprattutto se quel passato ha un retaggio così lungo e duro a morire.
È sempre possibile un ritorno a valori tradizionali e reazionari, in particolare nei momenti difficili, come quelli che stiamo vivendo. Ci si aggrappa ad antiche sicurezze, o che si credono tali, e tutto ciò che pare uscirne, il resto, è da eliminare. Quindi regressione e repressione sono sempre in agguato, potrebbero riemergere e con volti più aggressivi (considera l'aggressività diffusa sui social).
Ma il punto è un altro. Si parla di omofobia interiorizzata. Mi riferisco anch'io a quella degli omosessuali, gli stessi che si battono per i diritti. Ecco cosa penso: stiamo attenti a non assumere su di noi l'ancora presente e malcelata disistima per la “diversità” degli omosessuali, per il non-virile, per chi non si riesce o si lascia assimilare dall'idea di uomo (o donna) rispettabile.
Sempre nel passato, a esempio durante la Repubblica di Weimar, gli omosessuali, quelli delle riviste omosessuali, vessavano non solo il lassismo morale della società e della politica tedesca, ma propugnavano anche un'idea di omosessuale virile, moderato, composto, facendo propria la disistima culturale verso il femmineo e il decadente. E si racconta che furono molti di quegli stessi omosessuali a finanziare il nazional-socialismo, quindi a favorire l'avvento di Hitler e del nazismo. E il resto è storia.
Dobbiamo stare attenti a non essere noi i responsabili del ritorno a uno stato reazionario e repressivo. In che modo? Ricordando di non barattare i diritti, che ci spettano di diritto, con la rinuncia delle nostre identità, diversità, della nostra storia e dei nostri ethos. Non bisogna cedere a una visione di omosessuale immacolato, pulito e puritano, solo per essere riconosciuti e per amore della cosiddetta decenza pubblica. Il riconoscimento è riconoscimento, da non confondere con l'assimilazione. 
Non è solo un rischio di pochi casi isolati. Vedi anche le cose che si scrivono nelle nostre gay-chat contro chi vuole avere una libertà sessuale. Parole brutte: troia, puttana. Come se le battaglie per la liberazione sessuale fossero state archiviate e messe in soffitta.
Non bisogna accettare il ricatto: ti do i diritti, se diventi come noi, se metti fuori gioco coloro che non si lasciano assimilare alla morale condivisa, a quella che ti impongo per essere accettato. Perché la morale condivisa è un prodotto storico, come tale va giudicata, e non deve essere assolutizzata a scapito di esperienze morali altre. La morale della rispettabilità non è la morale del rispetto e del reciproco riconoscimento delle autonomie umane. Ed è il rispetto come riconoscimento l'unico vincolo morale che rende umani e a cui devono sottostare società e politica. 

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D. Nel romanzo appare la netta distinzione fra gli attivi (i masculi) e i passivi (arrusi). Quest’ultimi erano, di fatto, quelli che rischiavano la deportazione. Ancora adesso l’omosessuale più femminile subisce maggiormente la discriminazione e vorrei chiederti secondo te da cosa dipende?
R. Credo di aver già risposto ampiamente questa domanda. Mi permetto solo di aggiungere una cosa. Un mio amico ha osservato che scrivere un romanzo in cui si parla di omosessuali che si identificano alla figura femminile, sia stata una scelta coraggiosa. Penso che volesse intendere sconsiderata, politicamente almeno. 
Siamo in un'epoca in cui si ripropone e si difende l'idea, vera per carità, che gli omosessuali (parlo di omosessualità maschile) siano uomini a tutti gli effetti, virili a tutti gli effetti, che amano altri uomini virili o semplicemente fanno sesso, senza che nessuno dei due debba ricoprire il ruolo della donna, neanche quando fa il passivo. Ora, raccontare una storia in cui invece un ragazzo si sente “fimmina”, può risultare quanto meno distante dalle nostre percezioni vissute. In questo senso, potrebbe persino non suscitare interesse la lettura di un romanzo del genere.
In realtà, per buona pace del mio amico, in poco tempo, la vita di Gabriele Di Mauro è piaciuta. Mi sono chiesto il perché? Credo che dipenda proprio dal fatto che non ho voluto tradire la sua coscienza storica. Non ho creato un “gay fascista”, cioè un omosessuale di oggi trapiantato in epoca fascista. Gabriele è dentro alla sua epoca pienamente ed è in base alle categorie che ha a disposizione, che ha la sua presa di coscienza. Non potevo tradire gli omosessuali di allora, con  anacronismi gratuiti.
Inoltre, l'idea di omosessuale virile e di virilità in generale oltre a essere essa stessa un prodotto storico, la creazione di un cliché, come ho detto, non è l'unica idea di uomo e né tanto meno di omosessuale. Esistono gli uomini, non l'uomo, una natura diversa per tutti loro. Esistono gli omosessuali e non l'omosessualità a cui tutti devono identificarsi. Ed è quello che dobbiamo comunicare ai giovani di oggi, sia a chi ancora si vergogna di sé stesso o di ricoprire il ruolo passivo, esprimersi in modo femmineo, sia a chi usa il termine passivo per denigrare. E ripeto: mi riferisco a coloro che frequentano gli stessi ambienti lgbtq e ne difendono i diritti. 

D. Per concludere, quale aspetto ti piacerebbe rimanesse nel lettore e perché?
R. Suppongo sia ormai chiaro: il fatto che noi abbiamo una storia, non siamo poveri diavoli, ma una comunità. La nostra è una storia più lunga di quella europea, del cristianesimo e delle altre religioni monoteiste, attraversa e supera popoli e nazioni. Mi sono limitato a una saga in epoca fascista. Chissà che non ne faccia una ambientata in età ellenistica. Là sì, che ci sarebbe da scrivere!
Ma ciò che in effetti vorrei che rimanga è la mia seguente idea. Il mio romanzo fa parte a tutti gli effetti della letteratura arcobaleno. Non lo si può, né lo si deve negare. Malgrado ciò è soprattutto la storia di un processo di affrancamento umano, che è universale. Gabriele – e mi limito al primo volume – si ritrova a chiedersi e capire quale sia la sua identità, se sia maschio o femmina. Questa è la concezione che ha il siciliano degli anni '30 nei riguardi di chi è attratto dagli uomini: chi vuole il “masculu” è inevitabilmente una “fimmina”, vuole essere passivo con l'attivo.
Ma anche in questo caso il punto è un altro. Ed qui che è entrata in gioco la mia inventiva filosofica. Se per il siculo di allora, essere maschio significava essere adulto, o meglio, il maschio adulto era anche il maschio virile, Gabriele che si sente una femmina, non potrà mai essere adulto come Dio comanda? Per questo ha difficoltà a crescere, si sente diverso dai coetanei, disadattato rispetto al contesto in cui vive. Non tanto perché attratto dagli uomini, ma perché non può, per i motivi detti, diventare adulto. Gli eventi, le delusioni che subisce da quegli stessi adulti, che pure vorrebbe imitare, lo condurranno a capire che in fondo questa società di adulti, tanto adulta non è.
E non è lo stesso, oggi? In fondo, chi di noi non si sente, in qualche modo, disadattato, come Gabriele? Chi, per adattarsi, non è costretto a chiedersi se non sia il caso di rinunciare a una parte fondamentale di se stessi? Possiamo farlo, certo, assimilarci, ma a che prezzo? Annichilendo la nostra identità. Fingere che non esista. In questo caso, mi piace ripetere una frase di un filosofo sloveno, Slovoj Žižek: “L'opposto di esistenza non è l'inesistenza, ma l'insistenza: quel che non lasciamo esistere continua a insistere, a lottare per emergere all'esistenza.”
L'esperienza di affrancamento di Gabriele sarà questa: comprendere di poter essere “adulto” a modo suo, diverso da ciò che impone il sistema culturale in cui è immerso, e così facendo, senza neanche volerlo, smaschera la debolezza e la fragilità del sistema stesso. La visione dominante si può superare. Ma per capirlo, bisogna leggere sia il primo romanzo, che l'intera saga.   

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